Parole di Freak

(No coccodrillo, no necrologio. Freak sarà anche morto ma il suo ghigno non ha mai ammesso nè ammette ora piagnistei. Gli ho telefonato, una volta, per intervistarlo sul trentennale del ’77, e fu divertentissimo anche parlando di cose serissime. Ecco più o meno quello che mi disse)

Cominciamo dalle origini: come mai, in un panorama musicale dominato dall’impegno, voi ve ne usciste cantando “Pesto duro contro il muro”?

Tengo innanzitutto a chiarire che il nostro non era disimpegno contrapposto a impegno: noi non facemmo che adottare uno dei linguaggi principali del movimento studentesco di allora, e cioè l’ironia, rivolgendola anche contro quelli che venivano considerati i “paladini” dell’impegno e che a noi sembravano solo portatori di vuota retorica. Allo stesso modo utilizzavamo il lessico giovanile dell’epoca, mettendo in ridicolo i luoghi comuni; nel nostro disco “Mono Tono” del 1978 c’è un dialogo a base di frasi tipo “sono in para”, “hai delle sbarbe a mano?”, “no, ho delle storie pese” (quest’ultima, opportunamente milanesizzata, ha suggerito il nome a un noto gruppo contemporaneo).

 Quindi eravate influenzati dal movimento.

             Senza dubbio. Come molti altri, cercavamo di interpretarlo creativamente.

 Eppure, è inevitabile vedere uno scarto tra la vostra visione ironica e creativa e le cupe e tragiche immagini del marzo ’77…

            I fatti di marzo portarono tragicamente all’estremo alcune situazioni, ma in realtà il movimento era formato prevalentemente da indiani metropolitani, da persone che praticavano la lotta usando l’ironia, la creatività e comunque in modo non violento. A noi la clandestinità e la lotta armata hanno sempre fatto ribrezzo, e coloro che la scelsero furono una sparuta minoranza rispetto alle moltitudini attive politicamente in quel periodo. Dipingere quel periodo solo in termini di “anni di piombo” significa accettare la lettura revisionistica della destra, che accredita una situazione insurrezionale del tutto inesistente. E non va dimenticato che Francesco Lorusso venne ucciso per un colpo sparatogli alle spalle da un carabiniere che ebbe tutto il tempo di prendere la mira.

 Cosa cambiò dopo?

            Dopo, purtroppo, il movimento si sciolse. E l’escalation terroristica successiva, culminata col sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, fu condotta da gruppi senz’altro criminali, ma anche politicamente ambigui: le numerose ombre del caso Moro stesso rendono quantomeno lecito chiedersi fino a che punto gli autori di quel delitto fossero ideologicamente affini al movimento, o non fossero invece pilotati da chi aveva interesse a una determinata evoluzione politica del Paese.

 Al di là di tutto, esiste un’eredità positiva del ’77?

            Più che di eredità parlerei di onda lunga, poiché fu allora che si cominciò a parlare di argomenti che stanno  venendo a maturazione ai giorni nostri. Ad esempio, la critica di una certa ideologia del lavoro: per quanto Destra e Sinistra fossero divise, l’operaio stakanovista non era poi molto diverso dall’operoso imprenditore borghese.

 Gli Skiantos oggi: fanno ancora concerti, scrivono ancora canzoni. E lo spirito, è sempre quello?

            Certamente.  Crediamo che si debba sempre ridere del potente, specie se non si può fare altro. “Una risata vi seppellirà” dicevano nel ’68, “un risotto vi seppellirà” dicevamo noi nel ’77. Purtroppo è difficile fare queste cose in Italia, poiché il pubblico musicale ama i buoni sentimenti da vetrina e quando sente odore d’ironia teme che lo si voglia prendere in giro. Per questo rimaniamo un gruppo di nicchia, ma ci stiamo lentamente spostando verso la dimensione del tabernacolo.

 

Forconisti anonimi

Intanto quelli che ho visto io il forcone non ce l’avevano. Avevano delle bandiere italiane in mano, e delle bandiere italiane al collo a mo’ di scialle. Erano quattro o cinque, stavano sulla via Emilia davanti all’ipercoop di Borgo Panigale e davano via dei volantini. Ne ho preso uno anch’io: c’erano scritte le cose che ultimamente dicono un po’ tutti: è ora di finirla, mandiamoli tutti a casa, riprendiamoci questo e quello etc. A chiusura, in grande: Ribellarsi è un dovere. Subito sotto, molto in piccolo, una citazione non accreditata sul diritto di cacciare i governi con mazze e pietre. Tutto stampato al computer. Poi, a pennarello, in fondo: Gruppo coordinamento 9 dicembre Bologna. Ho letto tutto questo, e dopo aver scacciato dalla mente quella scena di Novecento, il fim di Bertolucci, in cui viene inquadrato per la prima volta Donald Sutherland e qualcuno dice “Quello è il nuovo fattore” (devo smetterla di farmi suggestionare dai film), ho posato l’attenzione su quello che nel volantino NON c’era: un recapito. Un numero di telefono. Una mail. Una pagina facebook. Se qualcuno si fosse cacciato frettolosamente in tasca il volantino e dopo averlo riletto fosse stato folgorato dal messaggio dei novedicembristi, non avrebbe avuto alcun modo di contattarli.

E allora ho pensato: già, con la crisi c’è un sacco di gente che si arrabbia molto e che magari si ribella pure, ma c’è anche un sacco di gente che se gli dai dieci euro fa tutto quello che vuoi, non so, ti porta la spesa, ti lava la macchina, viene a una manifestazione in tua solidarietà o prende una bandiera e va a distribuire volantini. E a chi serve? Non lo so, ma poi però i giornali escono con titoli tipo “La rivolta sbarca a Bologna”, e la gente esce dal supermercato, vede questi qui e pensa “ma guarda, è proprio vero che la rivolta sbarca a Bologna”. E magari qualcuno è contento che i giornali scrivano così e la gente pensi cosà.

Cronologia prescolare -1968

Mi sveglio su una brandina nel corridoio di un appartamento per villeggianti a Punta Marina. In piedi di fronte a me c’è lo zio Guerrino con la radiolina a transistor attaccata all’orecchio. Mi dice che al Lido di Casalecchio sono annegati dei bambini un po’ più grandi di me.

Che poi

Proprio oggi a Ferrara avevo visto questo quadro

di cui l’autore, Giuseppe Mentessi, descrive così la genesi:
« un dopo pranzo della scorsa estate passeggiavo fuori di porta quando in una larga campagna di granoturco … scorsi venire una contadina, con una figliuoletta già grande in collo, dalla figura malata, tristi ambedue e sofferenti … E di sopra il cielo vasto e ridente nella luce grigio-argentea morente nello squallido viola del tramonto; e intorno l’ubertosa campagna matura, trionfatrice … Il contrasto era troppo stridente: la miseria, forse la fame, in mezzo a quella insolente e sana ricchezza ! … Sentii il quadro e il titolo… »

Primo piano e sfondo

Sabato sera, una donna straniera ha spinto per kilometri di strade buie il passeggino che portava il suo figlioletto di tre anni, febbricitante da due giorni e ormai esanime. Arrivata al pronto soccorso, le poche parole di italiano che conosceva non erano sufficienti a spiegare cos’avesse il bambino. Ma gli infermieri hanno capito subito che non c’era tempo da perdere.

Io questo lo so perchè ho delle conoscenze in ospedale. Spero che avendolo scritto non sia stata lesa la privacy di chicchessia.

I giornali la privacy non l’hanno infranta. Hanno parlato di un caso di meningite in una scuola materna e della profilassi obbligatoria attivata per 200 persone. Il che è corretto e veritiero. Pure i miei figli vanno in quella scuola, hanno assunto gli antibiotici forniti dall’AUSL e sono molto fieri della pipì rossa che producono.

Non conosco il nome del bambino. Non so come sta e quando tornerà a scuola. Non so se sia solo un fatto di privacy se lui è sullo sfondo della notizia (anzi: dietro) mentre in primo piano ci sono i suoi compagni di scuola. Che, perlopiù, stanno benone.