Da Emergency:

Siamo angosciati per la sorte di Rahmatullah Hanefi. Il responsabile afgano dell’ospedale di Emergency a Lashkargah è stato prelevato all’alba di martedì 20 dai servizi di sicurezza afgani. Da allora nessuno ha potuto vederlo o parlargli, nemmeno i suoi famigliari. Non è stata formulata nessuna accusa, non esiste alcun documento che comprovi la sua detenzione. Alcuni afgani, che lavorano nel posto in cui Rahmatullah Hanefi è rinchiuso, ci hanno detto però che lo stanno interrogando e torturando “con i cavi elettrici”.

Rahmatullah Hanefi è stato determinante nella liberazione di Daniele Mastrogiacomo, semplicemente facendo tutto e solo ciò che il governo italiano, attraverso Emergency, gli chiedeva di fare. Il suo aiuto potrebbe essere determinante anche per la sorte di Adjmal Nashkbandi, l’interprete di Mastrogiacomo, che non è ancora tornato dalla sua famiglia.

Domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un “alto meeting sulla sicurezza nazionale” presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove.

Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data.

Emergency

 

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Ci avviamo verso la fermata d’autobus più vicina, una solitaria pensilina ai bordi di una strada deserta in mezzo alle mangrovie. Non avendo un orario dei bus, decidiamo di prendere il primo che passa, ovunque porti: siamo fortunati, poichè ne arriva uno con su scritto "Port Launay", spiaggia consigliataci da Giacinto la sera prima. Diamo tre rupie a testa per il biglietto al conducente, e in meno di mezz’ora ci troviamo con una bianchissima striscia di sabbia completamente a disposizione nostra, fatta eccezione per pochi altri umani e qualche cane randagio, e ci prendiamo il primo bagno nell’Oceano Indiano. L’acqua è stupenda e rimpiangiamo di aver lasciato pinne e maschere in albergo.
Dopo un paio d’ore di crogiolamento sotto le palme, riprendiamo il bus per fare il periplo dell’isola, raggiungere la capitale delle Seychelles, Victoria, e da lì prendere un autobus per terminare la giornata a Beau Vallon, un’altra delle spiagge più rinomate. E’ l’orario dell’uscita dalle scuole, e in breve il veicolo si stipa all’inverosimile di studenti di ogni ordine e grado. Non sono molto diversi dai nostri: vediamo cellulari e zainetti delle Winx. Le Seychelles, per essere un paese in via di sviluppo, hanno un tenore di vita relativamente buono.
Purtroppo strada facendo il cielo si oscura e ben presto ci troviamo in mezzo a un tipico acquazzone tropicale. Dopo oltre un’ora di viaggio giungiamo a Victoria e troviamo uno scenario apocalittico: qualche centinaio di persone che si ripara dalla pioggia torrenziale sotto le lunghe pensiline dell’autostazione, dalle cui grondaie eruttano vere e proprie cascate. Aspettiamo altri quaranta minuti prima che il temporale si calmi, ma a quel punto è quasi sera e decidiamo di fare una passeggiata per la città.
Città è una parola grossa: la si gira in dieci minuti e non c’è granchè da vedere. Vediamo un tempio tamil purtroppo completamente impacchettato per il restauro, il classico mercato con il pesce fresco e le spezie e la frutta esotica, e la (ridicola) attrazione cittadina: una copia del Big Ben di Londra in stile "Italia in miniatura", piazzato in mezzo a una rotatoria.
Prendiamo il bus per l’albergo. Riattraversando le montagne, vediamo per la prima volta le volpi volanti, i giganteschi pipistrelli che si cibano di frutta. Purtroppo li vedremo sempre volare ad alta quota.
La sera, in albergo, c’è un gruppo che suona. Dopo un po’ di menate tipo "grandi successi internazionali", cominciano a fare qualcosina di più interessante con l’ausilio di due coppie di ballerini: è curioso come le loro danze ricordino un po’ alcune danze popolari nostrane, d’altronde è ancora forte l’influenza coloniale francese. Purtroppo sarà l’unica sera in cui si esibiranno, i loro successori saranno tutti pedissequi juke box di grandi hits.

(P.S. in questo post non ho messo citazioni. Non consciamente, perlomeno.)

Mi godo l’alba da un oblò, mi abbaglia un po’. Sotto di noi soltanto nubi e non è un bel segno.
Si sfiora la rissa tra la mamma di una bambina che ha pianto per buona parte della notte e la malcapitata vicina di posto che non ha chiuso occhio. Spero vivamente di non essere nello stesso albergo di costoro. Quando atterriamo a Mahè ha appena smesso di piovere. Cielo grigio su, palme verdi giù. Ad accoglierci all’uscita dell’aeroporto c’è un brizzolato brianzolo-like che ci indirizza verso un pulmino. Tutti gli altri turisti li indirizza altrove. Le mie preghiere sono state esaudite.
Il nostro villaggio è dalla parte opposta dell’isola, per raggiungerlo percorriamo una strada tutta tornanti che mi ricorda quella di Mongardino (frazione di Sasso Marconi – BO), se non fosse che al posto delle acacie ci sono le palme. Le poche case che vediamo sono basse, in muratura, seminascoste dalla vegetazione.
Seminascosto dalle mangrovie è anche l’ingresso del villaggio che ci ospiterà: una enorme tettoia di legno, che ospita reception, bar e ristorante e sbuca direttamente sulla spiaggia dalla parte opposta. E che spiaggia. Una striscia bianca e semideserta di quasi un kilometro delimitata da palme e rocce di granito. A questo punto manca soltanto un po’ di sole.
Dopo aver fatto la figura dei provincialotti ("Le valigie! Non ci sono più le nostre valigie!" Per forza: i facchini ce le hanno già portate in camera, mentre noi cincischiavamo al bar.), tentiamo una sortita sulle sdraio. Un acquazzone ci manda al coperto quasi subito. Decidiamo di recuperare un po’ di sonno.
Alle 18 viene il brizzolato (risponde al nome di Giacinto) a darci un po’ di dritte sui posti da vedere, sugli autobus da prendere e sugli abiti da indossare (mi fa notare che se a cena avessi i calzoni lunghi invece dei pantaloncini sarebbe meglio, ad esempio. Seguirò il consiglio, e scoprirò che gli altri turisti se ne infischiano.)
Prenotiamo un’escursione al parco marino di St.Anne per due giorni dopo. Confidando nel buon tempo, ovviamente.
Ok. Cocktail di benvenuto, cena a buffet con cucina internazionale e nanna. Buonanotte.

Ai primi di marzo compro Julia di marzo. La alloraquasinovellasposa mi fa notare che, manco a farlo apposta, sulla copertina c’è l’immagine poco beneaugurante di un dirottamento aereo. Dopodichè, per mancanza di tempo il volumetto rimane intonso sul mio comodino fino a ieri sera. Lo apro, e a pagina 2 allibisco. Sapete dove andava la dottoressa Kendall con quell’aereo? Alle Seychelles.

Inizia dopo pranzo. Il  check-in certifica che entrambe le nostre valigie pesano 15 kg esatti. Entriamo da una porta a Borgo Panigale e usciamo da un’altra a Fiumicino. Nelle cinque ore che seguono, ho modo di stupirmi in vari modi: per esempio, scoprendo che all’interno del Leonardo da Vinci c’è un negozio di soli articoli per il nobile sport del golf (che a me ha sempre fatto schifo, anche se dopo aver visto Ferro 3 mi sono un po’ ammorbidito in proposito). La prima vera sensazione di essere in viaggio arriva a tarda sera: le hostess dell’aereo su cui saliamo sono tutte avvenenti (beh, almeno qualcuna)  donne creole. Ma ormai è ora di dormire, e ci caliamo sugli occhi le mascherine gentilmente fornite da Air Seychelles.

«Sono magistrato dal 1974, per 3 anni giudice, poi da inquirente mi è capitato di occuparmi della loggia P2, dei fondi neri dell’Iri, di Tangentopoli, della corruzione di qualche magistrato. Alla fine — a parte la dovuta definizione giudiziaria delle singole posizioni —, i risultati complessivi di questo lavoro quali sono stati? Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è sostanzialmente arrivati a una riabilitazione complessiva di tutti coloro che avevano commesso quei reati. Con un livello di corruzione percepita che non si è modificato. E, soprattutto, con una rinnovata diffusione del senso di impunità prima imperante»
(Gherardo Colombo, dimissionario dalla Magistratura. Continuo a pensare che nel ’92 i pool di Milano e Palermo dovessero fare un colpo di stato e non indire libere elezioni fino a che l’ultimo dei corrotti non fosse stato messo in galera.)

Un contadino ha sorpreso uno dei giovani eredi della famiglia Agnelli nel cortile del proprio casolare e ha cominciato a tempestarlo di pugni. Non si conoscono le ragioni di una reazione così violenta, ma pare che l’uomo abbia l’abitudine di menare Elkann per l’aia.