Io non sono pentito di nulla, beninteso. Però nel 2010 ho letto per intero numero 1 libri (forse 2, ma non ne sono certo) e sono uscito la sera una volta sola. Per cui comincio a sentirmi, come dire, un po’ anchilosato.

Oggi, venerdiciassette, è uscita l’ultima fatica del clan Barabba: l’ebook (doppio!) collettivo "Cronaca di una sorte annunciata". Date un senso a questa giornata scaricandolo immantinente dal sito e assaporando ogni sfaccettatura della malasorte, nessuna scaramanzia può essere più efficace. E, se potete, celebrate degnamente questo venerdiciassette spingendovi fino in quel di Carpi dove stasera, dalle 21.30, verranno pubblicamente letti a voce sufficientemente alta vari estratti dell’ebook medesimo. Scaricate. Accorrete.

Il Nord è di là. Credo, almeno. A me comunque non me ne frega niente. Io prendo l’autobus. Mi hanno detto di scendere alla fermata San Zumbo. Ci sono dei santi strani in questa città. L’autobus che arriva adesso è il 53. Io devo prendere il 12. Ne sono già passati due nella direzione opposta. Due. In dieci minuti. Nessuno di qua. Eccolo che arriva. Non c’è nessuno. No, c’è un negro che dorme con le cuffie nelle orecchie. Vado a sedere il più lontano possibile. San Zumbo. Speriamo che non ci metta molto. A ogni fermata una voce registrata dice “Fermata San Pinco”. E’ odiosa. Quando dice “Fermata San Zumbo” sono sovrappensiero. Tiro un urlo all’autista e corro giù dall’uscita. Valbo mi ha detto “Scendi a San Zumbo e chiedi al primo che incontri qual è via Rambortazzi. Io sono al numero cinque.” Qui non c’è nessuno. Comincio a girare. Non c’è nessuno da nessuna parte. Negozi chiusi. Finestre chiuse. Non passano auto. San Zumbo. Ma porcozzio. Guardo le targhette delle strade. Via Rigagnoli. Via del Babirussa. Via Lerzio Songagni (Pittore, 1543-1578). In via Ninazzo Ninazzini (Agrimensore, 1786-1830) da una finestra esce del rock pesante con il volume a tutto buco. Interferenze. Musica classica. Interferenze. Il giornale radio. Qualcuno sta cambiando canale. Potrei chiamarlo e chiedergli dov’è via Rambortazzi. Ma ha il volume troppo alto e non sentirebbe. Continuo a girare. Ho esaurito l’elenco degli accidenti da tirare a Valbo appena lo trovo. Via Rambortazzi. Chissà chi era Rambortazzi. Che mestiere faceva. In che anno è nato. In che anno è morto. Non me ne frega niente a me di Rambortazzi, devo trovare quell’idiota di Valbo. Da un portone esce un signore anziano, vestito bene. Lo fermo. Gli chiedo se sa dov’è via Rambortazzi. Mi chiede scusa, dice di no, non è di queste parti, viene qui solo in villeggiatura. E se ne va. Io rimango lì a chiedermi se l’idiota è lui o sono io. In villeggiatura. A San Zumbo. Valbo è un cretino. Poteva darmi lui le indicazioni. Poteva venire a prendermi alla fermata. Sta pure venendo buio. I lampioni rimangono spenti. Dio d’un dio. Il signore anziano ritorna indietro. Mi dice che ha visto la targhetta di via Rambortazzi. Devo andare a sinistra, girare a destra dopo cinquanta metri e poi di nuovo a destra. Non posso sbagliarmi. Lo ringrazio. Vado a sinistra, giro a destra dopo cinquanta metri e poi di nuovo a destra. Non mi sbaglio. Via Astianatte Rambortazzi (Martire dell’Irredentismo, 1870-1916). Di qua i numeri pari, di là i numeri dispari. Numero cinque. Suonare da Valbonardi. Suono da Valbonardi. Citofono. “Chi è?” “Valbo, sono Micchio”. “Chi? Non c’è Valbo”. Occacchio. Si apre una finestra. Si affaccia un rasta. Valbo mi ha detto che ha un coinquilino rasta. Gli chiedo dov’è Valbo. Non lo sa. Oggi non è tornato a casa. Richiude la finestra. Cristo. Ora non si vede più niente. Chissà fino a che ora passa il 12. Valbo è un idiota. Vedo un’ombra in fondo alla strada. Potrebbe benissimo essere l’ombra di Valbo. Si avvicina. Ha l’andatura di Valbo. Arriva a dieci passi. E’ Valbo. “Sei salito a vedere la stanza?”, mi fa. Gli dico di no, che ho preferito aspettarlo. Saliamo. Il rasta sta mangiando qualcosa che odora di qualcos’altro. Entriamo nella stanza. Due metri per tre. Una rete col materasso. Un comodino con una zeppa di cartone sotto una gamba. Un tavolino in masonite, una sedia da bidello. Una finestra a dieci metri dal muro del condominio di fronte. “Quattrocento euro al mese. Per una singola non sono tanti. Specie in questa zona.” Già, zona di villeggiatura. Chiedo se c’è internet. Sì. Wireless. Il rasta è un mezzo hacker. A qualsiasi problema ci pensa lui. Ci penso. Ci ripenso. Decido. Gli allungo un mese di anticipo. Ci mettiamo d’accordo per il trasloco. Mi offre una birra. Saluto. Esco. Mi avvio alla fermata dell’autobus. Mi guardo intorno. San Zumbo. Casa mia.

ebbene, potrei anche ricominciare a postare sul blog in modo regolare. è vero che in questo periodo qua e là ho scritto: cose di una riga qui, prevalentemente. se prima non avevo tempo e modo di fare diversamente, ora l’unica scusa sarebbe la pigrizia; e non sta bene, no che non sta bene.