Sicuramente, in qualche bar qualcuno dirà di aver sentito alla radio che sono morti Ingemar Stenmark e Giancarlo Antognoni, commentando "però erano giovani".

E ci mancherebbe, perdinci.

"Non rientra nel reato di diffamazione l’accusa, tra politici, di essere ‘fascista’. Lo ha sancito la Cassazione, annullando senza rinvio "perche’ il fatto non costituisce reato", una sentenza della Corte d’appello di Catanzaro che aveva condannato un consigliere comunale di Crotone perche’, nel corso di una seduta del consiglio, aveva qualificato il sindaco della citta’ "fascista nel senso piu’ deteriore della parola".
(da Repubblica.it)

Ammette di aver spinto l’accelerato ben oltre il limite consentito. E spiega di averlo fatto per rispettare un impegno lavorativo. Sfruttando però l’occasione per rilanciare la sua battaglia politica: l’aumento del limite di velocità sulle strade. Il vicepresidente della Regione Veneto, il leghista Luca Zaia, sorpreso da una pattuglia della Polstrada a correre lungo l’autostrada A27 nei pressi di Conegliano (Treviso) a 193 chilometri l’ora, si è visto recapitare la multa da 407 euro e la notifica di ritiro della patente.

Ma il doppio colpo non ha intaccato le sue certezze. Anzi le ha rafforzate. "Bisogna assolutamente rivedere i limiti di velocità – dice il leghista – 50 chilometri l’ora nei centri abitati e 130 in autostrada sono soglie anacronistiche che vanno elevate almeno di 20 chilometri".

(da Repubblica.it)

Dal sito di Radio Città del Capo:
"L’iniziativa è semplice ma importante: mettere uno straccetto rosa porpora alle nostre borse, alle auto, agli scooter, alle finestre, uno straccetto per dichiarare pubblicamente la nostra voglia di laicità e la nostra contrarietà alle pesanti e quotidiane ingerenze del Vaticano nella vita politica italiana."

(inutile dire che io ho già aderito e vi esorto a fare lo stesso)

Talora mi imbatto in locandine che definiscono il peraltro simpatico Simone Cristicchi come "il più geniale cantautore della nuova generazione". A volte, invece, incontro siti come questo.

Ne esistono di due tipi: quelli che ci capitano e quelli che ci andiamo a cercare. Per questi ultimi non riesco a provare compassione.

E nei vicoli incrocio un gruppetto di probabili maturandi, e una ragazza tra di loro dice "Adesso basta parlare di Schopenhauer", e io penso che invece avrei una gran voglia di parlare d Schopenhauer se solo trovassi qualcuno disposto a farlo, ma non sono più i tempi di quando andavo col maestro Zeb a bere un bicchiere di rosso al Centro Sociale della Croce e lui inopinatamente si metteva a parlare di Heidegger e tutti i ragazzotti spegnevano i motorini e la piantavano di fare casino e lo ascoltavano come ipnotizzati, no, sono passati quasi vent’anni e Zeb per campare lavora ancora in osteria perchè la scuola italiana non sa manco riconoscere un docente quando è bravo, e io che allora andavo in osteria da lui tre volte alla settimana ora ci vado si e no una volta all’anno. Ogni vita è sofferenza, vero Schoppy?

Il riassunto ideale della serata potrebbe essere quello fatto da due miei vicini di posto:
"Chi sono quelli?"
"Anthony e… qualchecosa."
C’era da prevederlo. La Piazza Più Bella di Bologna è piena. Posti a sedere nix. Raggiungo mia sorella e i suoi colleghi, in piedi in mezzo alla calca. Prima ancora che il concerto cominci, cedo alla stanchezza, al caldo e al rimbombo della folla (è stata una giornata pesante, che volete) e vado a cercare un posto defilato in cui si senta comunque qualcosa. Lo trovo nell’angolo della piazza che porta alla magione dell’amato premier, mi siedo sui ciotoli e accendo la pipa. Intanto Anthony ha iniziato a cantare. Se sono qui è soltanto perchè si tratta di una delle poche cose degne di nota che mi è capito di ascoltare di recente (chi segue questo blog sa che in genere mi abbevero alla fonte di musicisti defunti o in età pensionabile anche con lo scalone). Non tradisce le mie aspettative. In piedi sul palco, declama su morbidi tappeti strumentali con quella voce che lo fa sembrare un figlio illegittimo di Van Morrison cresciuto a casa di Robert Wyatt, o viceversa. Una grande passione trattenuta da una grande sofferenza, o una grande sofferenza che fatica a trattenere una grande passione, fate voi. E’ il pianto di Ulisse che vuole correre dalle sirene, e le melodie degli archi che lo accompagnano sono le corde che lo legano all’albero maestro.
Intorno a me, ai margini della Grande Calca, tanta gente, tutta rivolta verso il palco. Palco che sta ospitando qualcosa che ha risvolti estremamente intimi, richiede attenzione, muta partecipazione. Invece no. Quasi tutti chiacchierano con gli amici. Se non hanno gli amici parlano al cellulare. Capisco, è gratis, è fresco, c’è pure la musica, antonyqualcosa perlappunto. Dopo un po’ le mie orecchie si stancano di condividere quella Voce con le loro. E allora mi alzo, mi incammino per i vicoli deserti e miracolosamente mi accorgo che la voce di Anthony mi sta seguendo, mentre le altre sono rimaste incollate al pavè insieme alle cicche e ai colli delle bottiglie.