La punta del naso di Fredo Zordi è rossa e lucida. La manica destra della giacca è molto lisa all’altezza del gomito, nell’altra c’è una toppa in posizione analoga. Siede, da solo, sulla panca di un tavolaccio da quattro. L’osteria è semivuota. Lui beve una birra. Chiara.

L’oste Toni sta dietro al banco in posizione strategica, equidistante tra la cassa, la spina della birra e la macchina del caffè. L’unico cameriere in servizio è un ragazzo nuovo, dall’aria timida e il colorito maghrebino. Se non fosse nuovo non indugerebbe davanti a Fredo quell’attimo di troppo, sufficiente a sentirsi chiedere: “Lo sai quanto hai già lasciato di te sulla Terra?”.

Lo sguardo del giovane ambirebbe a significare qualcosa come “Non ho capito lo domanda”, ma Fredo lo interpreta come un “No, non lo so”. Quindi, cortesemente, si appresta a colmare questa lacuna.

“Parlo del tuo corpo, o di quello che ne è uscito. Capelli, unghie. Escrementi e liquami vari. E sangue, perché no? Avrai pure fatto dei prelievi. Eccetera eccetera. Quanti anni hai?”

“Ventidue” dice il novizio.

“Ecco, in ventidue anni dovresti già aver lasciato in giro l’equivalente del tuo peso. L’avresti mai detto?”

Il cameriere tace alcuni secondi, con espressione pensosa. Poi azzarda:

”Hai dimenticato il sudore.”

“Va be’, il sudore. Certo.”

“E le lacrime.”

“Ochei, le lacrime, mica potevo elencare tutto…”

“No, hai ragione.”

Fredo non si scompone, gli dicono spessissimo che ha ragione, in ispecie quando espone questa sua teoria.

“Le lacrime non sono andate perse”, riprende il ragazzo. “Sono ancora tutte qui. E pesano molto. Più di tutto il resto.”

Questo invece a Fredo non l’avevano mai detto. Ma il tempo che gli occorre per formulare una qualsiasi risposta è tale che quando riesce a muovere le labbra il ragazzo sta già servendo due panini caldi quattro tavoli più in la.

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Sabato prossimo verrà inaugurata la nuova biblioteca nel comune in cui ho abitato per 27 anni. E’ un’opera faraonica, se n’è parlato per anni prima che iniziassero i lavori e non si chiamerà semplicemente biblioteca, bensì “Casa della conoscenza” (anvedi). Con un nome così roboante avrebbero dovuto chiamare come padrini, che so, Eco e Cacciari come minimo. Invece ci saranno un paio di politicanti locali, però molto giovani e di bella presenza.

Visto finalmente e con ritardo grave “Quanti siamo quelli che siamo”, il mediometraggio scritto e interpretato dagli ultras del Bologna sotto la regia di Enza Negroni (d’altronde, la stella di Negroni vuol dire qualità).

Fresco e piacevole, credibili gli ultras nella parte di se’ stessi, decisamente riuscito. Ma non essendo un critico cinematografico vorrei parlare d’altro.

Il ritrovo dei protagonisti è l’irish pub di via Paradiso. Forse è troppo facile ambientare una situazione “alternativa” nel Pratello. C’è chi dice che oggi il Pratello sia solo un parco a tema. Ma Cacucci, Clementi, i Wu Ming non sono autori trendy, e i loro personaggi spesso e volentieri si muovono tra San Felice e Sant’Isaia. E anch’io, quando passo di lì (purtroppo sempre meno frequentemente) sento qualcosa che in tutte le altre strade di Bologna non c’è. Una sorgente energetica sotterranea? Forse per questo ci vorrebbe Evangelisti.

Nello.

Non è mai stato spaesato, Nello.

Non temeva vigili urbani nè ponti sul Reno, e a due dita d’acqua preferiva un litro di vino.

Ora è in coma artificiale.

Per lui l’accanimento terapeutico sarebbe la beffa più grande.

“Nello, cusa iel in cl’etar mond?”

“Oh, vut ca vaga a vedar?”

Buongiorno e benvenuti.

Ho chiamato questo blog: Spaesato.

In effetti da un po’ di tempo mi sento così: spaesato.

E poi.

Da un po’ di tempo ho voglia di scrivere, ma essendo molto pigro non ne trovo mai il tempo nè la voglia. Quindi mi occorreva un pretesto.

Per cui ho aperto un blog.

Così ci posso scrivere.

E poi magari qualcuno mi legge.

E al limite mi commenta.

Così dopo siamo tutti e due più spaesati.

O meno.

Chissà.