(questo è il mio umile contributo a Schegge di Liberazione 2011. Sottotitolo: FAQ contro il mal di Pansa)

D.: Chi erano i partigiani?
R.: Volontari che combattevano l’esercito di occupazione tedesco e i suoi alleati della repubblica fantoccio di Salò. I gruppi partigiani si formarono spontaneamente un po’ su tutto il territorio dell’Italia occupata e ne facevano parte uomini e donne (all’epoca le donne non avevano nemmeno il diritto di voto, si può dire che se lo conquistarono sul campo).
 
D.: È vero che i partigiani erano bolscevichi al soldo di Mosca il cui intento era soggiogare l’Italia al comunismo sovietico?
R.: No. C’erano brigate partigiane comuniste (la maggioranza), ma anche socialiste, liberali e cattoliche. Ci fu chi diventò partigiano per convinzione (antifascisti di vecchia data), per esclusione (magari erano stati pure fascisti, ma avevano cambiato idea dopo istruttive esperienze, tipo un paio d’anni di guerra idiota in Albania) o addirittura per caso. Un ex partigiano mi raccontò che lui e i suoi amici, diciottenni o giù di lì, si presentarono alla chiamata alle armi dei repubblichini con un giorno di ritardo, perché prima avevano voluto prendersi una sbronza colossale. Il comandante li fece arrestare per diserzione e voleva farli fucilare.
Il giudice fortunatamente li liberò e loro decisero di entrare nei partigiani.
 
D.: È vero che molti hanno fatto i partigiani per convenienza?
R.: Normalmente, l’unica convenienza data dallo status di partigiano era, in caso di cattura da parte dei tedeschi, la morte mediante impiccagione con il filo spinato, previa estirpazione delle unghie, degli occhi e dei denti. Qualcuno forse ne avrà ricavato dei vantaggi, i più la sola soddisfazione del 25 aprile (mica poco, anche se poi inesorabilmente delusa anno dopo anno).
 
D.: È vero che molti civili vennero uccisi dai tedeschi per colpa dei partigiani?
R.: È vero che le SS, spesso insieme ai fascisti, misero a ferro e fuoco interi territori in cui operavano formazioni partigiane, con l’obiettivo di stanarle. Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Boves, per fare dei nomi. Non furono certo i partigiani a obbligarli a massacrare donne, vecchi e bambini e a squartare donne incinte per poi usare il feto per giocare a palla.
 
D.: È vero che la liberazione dell’Italia è stata merito degli Alleati e i partigiani non hanno contribuito minimamente?
R.: Non esageriamo. Gli atti di guerriglia e di sabotaggio dei partigiani sono stati fondamentali per minare le forze nazifasciste e facilitare l’avanza-ta angloamericana. Ma se anche così non fosse stato, il solo fatto che le brigate partigiane si siano costituite e abbiano combattuto ha rappresentato il
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riscatto di una nazione il cui Re era scappato come un coniglio.
D.: È vero che i partigiani hanno continuato a uccidere anche dopo la fine della guerra?
R.: È verissimo, ma non per molto perché uno dei primissimi atti del nuovo governo fu la requisizione delle armi. D’altronde, è difficile che vent’anni di dittatura e cinque di guerra non lascino nessuno strascico: come dice un eminente storico del periodo, guerra non finisce quando arbitro fischia.
 
D.: È un bene che abbiano vinto i partigiani?
R.: Prima c’era la dittatura, dopo no. Fate voi.
 
D.: A noi sembra che ci sia la dittatura anche adesso.
R.: Eh, allora è il caso che vi diate una mossa.

Phase 1 – Le biciclette del nonno
 
Mio nonno Ivo Pederzini di Augusta Pederzini e Enne Enne, classe 1909, dopo aver lavorato per anni come saldatore all'Argenteria di Casalecchio aprì una bottega di riparazione delle biciclette sulla via Porrettana, vicino alla Croce. Questo nel 1940. Dopo una quindicina d’anni anche suo figlio Dante, cioè mio padre, terminata la scuola d’avviamento cominciò a lavorare con lui. Non aggiustavano solo le biciclette, ma anche le vespe e le lambrette, gli ape e tutte quelle motorette dai nomi strani e dalle cilindrate dispari che giravano allora, quando l’automobile non ce l’aveva nessuno. Mio padre correva in bici, e a vent’anni fondò con i suoi amici la Società Ciclistica Pederzini. Erano tempi che se c’era una corsa, poniamo, a Empoli, andavano in bici alla stazione di Bologna, prendevano il treno, scendevano a Firenze, andavano in bici fino a Empoli, facevano la gara e poi tornavano a Bologna com’erano venuti. La Società Ciclistica Pederzini durò un anno, forse due, mio padre corse con altre maglie con buoni risultati, specie in salita, poi andò militare, si sposò e cessò l’attività. Riprese dopo qualche anno, nel ciclocross. Fu in questo periodo che a mio nonno venne in mente di prendere in mano il cannello dell’acetilene, saldare un po’ di tubi e farne delle biciclette. Ne fece quattro o cinque. Io ne ho una, quella che era di mio padre, buon vecchio ferro pesante e la sigla PI, Pederzini Ivo incisa sulla forcella. Un’altra ce l’ha mio zio, che ha quasi settant’anni ma ogni ottobre va nel Chianti a farsi i settantacinque chilometri di sterrato dell’Eroica. Le altre, ce ne dovrebbe essere una in Toscana, poi non so.
Col tempo, in officina cominciarono ad arrivare sempre più vespe e motorini che biciclette. Ma queste erano tutte appannaggio di mio nonno. Me lo ricordo a fare delle ruote partendo da un cerchio, un mozzo e un mazzo di raggi, seduto su uno sgabello con il toscano in bocca, il basco in testa e il tiraraggi in mano. A me, che tutti quei raggi venissero tirati uguale e che la ruota stesse dritta sembrava una cosa che aveva più a che fare con la stregoneria che con la meccanica. Forse perché io a fare il meccanico, a farlo bene dico, non ho mai imparato. Mio padre non l’ha mai presa bene.
 
Phase 2 – La bicicletta della nonna
 
Siamo in un altro millennio, non ci sono più la bottega, mio nonno e mio padre. Io e le biciclette ci frequentiamo poco. Faccio altro. Scribacchio. Canzonette per il mio gruppo. Ne ho scritta una che parla di Bolero, un comandante partigiano la cui storia mi ha sempre appassionato. Ho pure usurpato il suo nome per firmarmi sul blog. E’ finita su un CD prodotto dall’ANPI del mio quartiere, insieme a un’altra che ho scritto appositamente, musicata dal mio amico Gianfranco. Alcuni comuni della mia zona organizzano un concorso letterario sul tema “La donna nella Resistenza”. Partecipo. Scrivo delle donne che facevano le staffette in bicicletta. E lo faccio raccontare da una madre a una figlia, perché sono convinto che è necessario che queste cose vengano tramandate e non cancellate nel giro di poche generazioni. Il risultato è un breve dialoghetto, “La bicicletta della nonna”. Non vinco ma ricevo una menzione e un mazzo di fiori. Come i ciclisti.
Passa ancora qualche anno. Il blog Barabba, di cui ho da poco conosciuto uno dei tenutari, lancia l’iniziativa “Schegge di Liberazione”: una raccolta di testi dedicati alla Resistenza, da pubblicare su ebook e leggere pubblicamente il 25 aprile. Plaudo alla cosa, ma in quel momento sono preso tra cartoni da trasloco e pannolini da neonato per cui a malincuore rinuncio a partecipare. Senonchè, a poche ore dalla scadenza dei termini, il Many, deus ex machina dell’operazione, mi scrive una mail che dice pressappoco: ma come, non ci mandi niente? E io realizzo che si tratterebbe di diserzione. Allora mando “La bicicletta della nonna”, spiegando che non è inedito, vedano un po’ che farne. Lo prendono e lo inseriscono nell’ebook.
Il 25 aprile 2010 le storie di “Schegge di Liberazione” vengono lette per la prima volta a Carpi, ma io purtroppo non ci sono. Ci sono qualche settimana più tardi a Casteldebole, proprio nel luogo dove Bolero è stato ucciso, e leggo “La bicicletta”. C’è anche una mia amica insegnante, che mi chiede il testo perché le piacerebbe utilizzarlo con i bambini.
Piano piano, “Schegge di Liberazione” diventa un tour: le letture arrivano a  Milano, Venezia, Roma… e “La bicicletta della nonna” c’è sempre, prima letta da Camilla, e poi da Camilla ed Elena a due voci, due splendide voci. Gli impegni familiari mi impediscono di seguire le serate, mi limito a leggerne i resoconti con un po' d'invidia e a vedere le foto.Vedo persone felici, che si sono conosciute lungo la strada.
La strada. E allora penso che anche la mia bicicletta della nonna ha fatto tutta quella strada, grazie a tutti quelli che hanno voluto pedalarci sopra. Io, con gli attrezzi che so usare, ho costruito una bicicletta, così come mio nonno le ha costruite con il cannello dell’acetilene e il tiraraggi. Non avrei mai creduto di poter continuare, sia pur metaforicamente, le tradizioni di famiglia.
 
(P.S. Mi ha scritto la mia amica insegnante. Ha usato “La bicicletta della nonna” con i suoi alunni. Mi ha chiesto se può passarla anche ad altre colleghe. Chiedetemi se sono contento.)

Io sono uno che, quando mi trovo in compagnia di gente che non conosco molto bene, sono portato a pensare che, dal momento che anche loro non conoscono molto bene me, loro non gradiscano molto la compagnia di qualcuno che non conoscono molto bene, e quindi me ne sto in disparte, per non disturbare e per non sembrare invadente. Solo che in questo modo finisce che io continuo a non conoscerli molto bene e loro a non conoscere bene me, a meno che non succeda un evento fortuito per il quale io sono costretto a non stare in disparte e così ci conosciamo meglio, e magari diventiamo amici. Anche la prima volta che sono uscito con quella che dopo un mese è diventata la mia morosa e dopo sei mesi la mia convivente e dopo quattro anni mia moglie, ci sono uscito per un caso fortuito. Quindi a volte i casi si rivelano fortuiti ma anche fortunati, visto che tutto sommato un po' di buoni amici ce li ho. Però talvolta mi viene il dubbio che, lasciando sempre fare tutto al caso, qualcosa me lo sia perso.