insofferenza. livore. nervosismo. senza  motivi apparenti. il giovamento tratto da tre settimane di vacanza spazzato via da poche ore di permanenza nell’ambiente lavorativo.

Fatto.
Itinerario grosso modo rispettato.
Autostrada poca, meteo sempre favorevole, soddisfazione massima.
Abbiamo visto cose che voi umani che stavate sulle spiagge affollate manco v’immaginate.

Enigmistica per l’estate.
Buttate il sudoku.
Prendete una cartina dell’Italia.
Unite con un tratto di penna tutte le seguenti località:
Bevagna – MonteFalco – Spoleto – Todi – Orvieto – Marmore – Norcia – Piano Grande – Campotosto – Campo Imperatore – Rocca Calascio – Scanno – Pescasseroli – Cassino – Caserta – Morano Calabro – Pizzo Calabro – Tropea – Capo Vaticano – Matera.
Otterrete con un’accettabile approssimazione l’itinerario che verrà somministrato alla mia fedele motocicletta nelle prossime tre settimane.
(Se poi avete consigli interessanti per le zone limitrofe, sono molto ben accetti)

Venticinque anni dopo, adesso, a quest’ora. Quello che abbiamo in mano. Alcuni colpevoli, (forse) in galera. Tutti i mandanti (sicuramente) a piede libero e in perfetta salute. Alte cariche dello stato che riescono ad offendere la memoria delle vittime ogni volta che muovono le labbra. Governi che si succedono promettendo l’abolizione del segreto di stato, e si limitano invece a mandare ogni anno un fantoccio diverso a beccarsi dei fischi. Altri spudorati fantocci che ammoniscono chi fischia perchè non è così che si onorano i morti. Come si onorano, eccellenza? Con le vostre menzogne e la vostra ipocrisia? Abbia ritegno, eccellenza, e taccia. La vergogna non tocca a noi.

Venticinque anni fa, intorno a quest’ora. Pranziamo. Tra poco finiremo di fare le valigie, domani si parte per la montagna. Mi viene da pensare a sei anni prima, quando la notte prima della partenza la passammo in bianco, ascoltando il passaggio continuo delle sirene delle ambulanze. Solo il giorno dopo scoprimmo dove andavano: alla stazione di San Benedetto, dov’era scoppiato il treno Italicus.

Venticinque anni fa, intorno a quest’ora, forse un po’ prima. Mio padre chiude il negozio. Prendiamo il Gilera 300 e ci avviciniamo alla stazione. Un cumulo di macerie. Squadre di pompieri che scavano. Nessuna sirena di ambulanza, provo ad autoconvincermi che forse non si è fatta male tanta gente. Siamo in centinaia, al di qua delle transenne, sotto i portici degli alberghi. Camminiamo sui cocci delle vetrine, frantumate dall’esplosione. Ci spostiamo sul ponte di Galliera. Vediamo una carrozza spezzata in due sul primo binario.

Venticinque anni fa, intorno a quest’ora. Arriva un altro ferroviere, che ci porta la moto a riparare: un vecchio Gilera 300. Anche lui viene dalla stazione ed è visibilmente allucinato. Parla di scene apocalittiche, centinaia di morti, autobus trasformati in gigantesche ambulanze per portare via i feriti. I miei amici scherzano al proposito. Io vorrei prenderli a calci.

Venticinque anni fa, intorno a quest’ora. Arriva un ferroviere che abita sopra l’officina. E’ sconvolto. Racconta che era appena smontato dal turno e stava prendendo l’autobus per tornare a casa. La stazione gli è scoppiata alle spalle. Ha visto il fumo e le macerie. E’ scappato senza più voltarsi.