Continua l’evoluzione del nostro Esercito: la gloriosa Brigata Alpina Julia diventerà un reparto totalmente femminile. Requisiti per l’ammissione, una laurea in criminologia e una certa somiglianza con Audrey Hepburn.

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R. tornerà al lavoro martedì, dopo 5 settimane tra ferie arretrate e cassa integrazione. Si augura di trovare aperta la porta dell’azienda: già si sa di diverse ditte che hanno mandato in vacanza i dipendenti e poi hanno cessato l’attività, all’insaputa dei suddetti che stanno ancora al mare senza sapere di essere disoccupati.
S., invece, ha terminato il periodo di maternità e si è ripresentata nell’ufficio in cui lavorava da 15 anni: ad aspettarla c’era la lettera di licenziamento. Azienda sotto i 15 dipendenti, non vale l’articolo 18: possono farlo.
V. è un piccolo artigiano che lavora anche per imprese molto grosse. In giugno e luglio non ha staccato una sola fattura. Da vent’anni lavorava da solo, a novembre aveva assunto un apprendista perchè era in vista un sacco di lavoro, ma poi gli ordini hanno cominciato a volatilizzarsi di giorno in giorno. Spera che la situazione si risollevi; oltretutto il giovinotto si è dimostrato in gamba e gli dispiacerebbe doverlo licenziare.
Queste sono persone con cui ho parlato negli ultimi giorni, se attingessi al sentito dire potrei dilungarmi parecchio. Va da sè che si tratta di persone che risentono del clima di disfattismo fomentato da certa stampa.

Successe più o meno così, era il ’92 o ’93: che eravamo andati alla festa dell’unità di Bologna al Parco Nord per mangiarci qualcosa, e mentre stavamo girando per scegliere il ristorante vedemmo un manifesto che diceva "questa sera alle 21 Willy De Ville GRATIS alla festa dell’unità di MODENA". Urca. Dai che facciamo in tempo. Stop ricerca ristorante, prendiamo la moto e andiamo. Arriviamo là, comincio a seguire le indicazioni per "arena spettacoli", lo fanno lì di sicuro, dove vuoi che lo facciano. Intorno all’arena è strapieno di gente, ma qualcosa non torna: i cancelli si aprono e il pubblico esce. Metto la testa dentro e sento una tizia che dal palco dice "Ciao Modena!". E chi è? Laura Pausini, mi dicono. E chi diavolo è Laura Pausini? Ma sì, mi rispondono, quella che è andata a Sanremo a cantare Marco se n’è andato e non ritorna più. Ne so grosso modo quanto prima, ma il problema è che dobbiamo trovare Willy. Dove sarà? Ci sarà davvero? Dopo lunghe ricerche, lo troviamo: il concerto è previsto su un piccolo palco imboscato dietro le cucine dello stand delle grigliate. Le 21 sono passate, ma non si vede nessuno. Vabbè, così riusciamo pure a mangiare. Quando Willy finalmente si presenta, ha davanti mooolta meno gente della Pausini, ma di sicuro molto più tonica. Gli chiedono subito Hey Joe, e lui sogghigna: "Slow down, we have all of the night". Hey Joe arriverà dopo due ore di fuoco, di demasiadi corazoni e di Cadillac paterne, di piratesco romanticismo e di riff da tagliagole. La vera arena spettacoli era qui, stasera.
(Willy se n’è andato ieri sera, a nemmeno 60 anni. La notizia l’ho trovata su l’unità online, in un articolo pieno di inesattezze. Quello che l’ha scritto probabilmente era a vedere la Pausini, quella sera.)

Salve. Io odio tutti. Nessuno escluso: odio fare ingiustizie. Non credo di arrecare danno a nessuno, in ogni caso. Io odio tutti e stop. Non ho mai preso iniziative ostili contro chicchessia. L’odio non presuppone necessariamente violenza contro chi ne è oggetto, e non per questo deve essere meno feroce. Il mio odio è coltivato con pazienza, trascurato solo in quei momenti in cui anche odiare diventa insopportabile, e ritrovato poi ogni volta immutato, a volte forse cresciuto. Un odio necessario e immotivato, come il colore di un fiore. Io non ho un colore, ma ho un odio e mi basta. Riconosco che se voi non ci foste non potrei odiarvi, e quindi, anche se odio farlo, devo ringraziarvi per la vostra esistenza.

Parlo sul serio. Non voglio entrare nel gorgo che a suo tempo ha fagocitato una generazione. Preservatemi dalla presa delle armi, dall’illusione della lotta armata, dall’insano abbandonarsi al miraggio della violenza purificatrice. Vi chiedo solo questo: non datemi più notizie riguardanti l’attuale presdelcons. Anzi, datemene solo una, appena disponibile: quella della sua morte. Violenta e dolorosa, se possibile.

(questa la scrissi qualche anno fa, per una manifestazione sulla Resistenza. Ho l’impressione che stia diventando paurosamente attuale)

“Mamma,” dice la bambina. Perplessa.

“Sì?”

“Perché hai voluto tenere la bicicletta della nonna?”

“Perché me lo chiedi?”

“Cosa te ne fai? E’ vecchia e arrugginita. La tua è nuova. E’ una mountain bike.”

“Voglio tenerla per ricordo. Sai, la nonna la usava quando faceva la staffetta.”

“La staffetta? La nonna correva in bici?”

“Ma no. Era staffetta partigiana. Sai cosa vuol dire?”

“I partigiani della guerra?”

“Sì. La nonna li aiutava.”

“Ma perché? La nonna era contro la guerra. Aveva anche la bandiera della pace sul balcone.”

“E’ vero. Ma se la nonna non avesse vinto quella guerra, oggi non ci sarebbero le bandiere della pace.”

La bimba tace pensierosa. Poi riprende.

“E come li aiutava?”

“Ogni giorno andava a fare la spesa con la bicicletta. I tedeschi vedevano una ragazzina e la lasciavano passare.  Così poteva muoversi tra le basi partigiane. Portava cibo, abiti, messaggi… a volte, nascoste sotto il pane e la verdura, anche armi.“

“E se la scoprivano?”

“Se la scoprivano, la torturavano e l’uccidevano.”

“E allora perché lo faceva?”

“Perché era coraggiosa. E perché per lei la cosa più importante era liberare l’Italia dai tedeschi e dai fascisti.”

“Ma perché era così importante?”

“Sai cos’è una dittatura? Una dittatura è quando c’è uno che comanda, e non c’è modo di mandarlo via, perché non ci sono elezioni. C’è uno che comanda, e quelli che non sono d’accordo lui vengono perseguitati, incarcerati, bastonati, uccisi. Ecco, l’Italia era così quando comandavano i fascisti, e lo sarebbe rimasta se i fascisti avessero vinto la guerra. Se non l’hanno vinta, lo dobbiamo anche ai partigiani come la nonna.”

La bambina tace di nuovo. Un po’ più a lungo.

“Mamma,” un po’ titubante.

“Sì?”

“Posso fare un giro con la bici della nonna?”

(Questo fu il tentativo di iniziare una storia che prima o poi racconterò per intero. Anche se, probabilmente, in un modo completamente diverso.)

Verso le nove e un quarto consegnarono l’Apecar riparato all’arrotino. Poi abbassarono la serranda, ma solo fino a metà, casomai si fosse fermato qualche altro cliente occasionale. Il padre tolse dal taschino un mezzo toscano già in parte fumato e se lo riaccese. Il figlio aprì il cassetto sotto il banco della morsa, tirò fuori l’incasso della settimana e contò fino a centotrentamila lire.

“Babbo,” disse, “me ne servirebbero ottanta per andar via. Per te è un problema?”

Il vecchio sbuffò una nuvola di fumo. “Se ti servono. Che giro fate, in conclusione?”

“Andiamo un po’ a Canazei dallo Zio, poi alle sorgenti del Piave, poi voglio arrivare in Carnia dove ho fatto il soldato.”

“Andate sul Pordoi? Ti ricordi quando la facemmo in moto?”

“Sì, e poi voglio andare sul Falzarego e poi… insomma della strada ne abbiamo, se la vogliamo fare.”

“Però…” Si interruppe. Tirò una boccata dal sigaro. Non riprese.

“Però cosa?”

“E’ che mi sembrate degli zingari ad andar via così.”

“Ma no, la tenda è comoda. E con i soldi che abbiamo noi, è l’unico modo per andare in giro.”

“E i bambini?”

“I bambini stanno benissimo e si divertono.”

“Mah”. Tirò un’altra boccata. “La macchina nuova, piuttosto. Come va?”

“Per ora bene. Poi, stiamo a vedere.”

“Va bene. Allora buon viaggio.”

“Grazie. Buona permanenza.”

Il vecchio s’incamminò a piedi. Il figlio montò sulla Citroen Dyane 6 azzurra, acquistata di seconda mano poche settimane prima.

 

 

“Mamma!”

La mamma strappò con i denti il filo che legava le due tomaie che stava cucendo. Poi rispose alla figlia.

“Eh.”

“Quando partiamo?”

“Ti ho detto che partiamo domani. Perché me lo devi chiedere ogni cinque minuti?”

“Ma la diana va più forte della cinquecento?” chiese il figlio

“Sì, ma poco, perché è un seicento”.

“Allora arriviamo prima in montagna”.

La mamma spinse sul pedale della macchina per cucire. Il rumore le diede qualche attimo di tregua.

(continuano le pulizie di ferragosto)

Di cosa stiamo parlando?

Non lo so.

Di quello che non riesco a scrivere?

Forse.

C’è qualcosa che non riesco a scrivere?

Immagino di sì, dal momento che sento che vorrei scrivere ma non riesco.

Ma forse non riesco perché non ho nulla da scrivere.

Questo sposta il problema un passo indietro.

(Ma le righe che ho scritto finora, sono qualcosa che avevo da scrivere o soltanto comunicazioni di servizio?)

Perché dovrei voler scrivere, se non ho nulla da scrivere?

A volte mi è capitato di avere qualcosa da scrivere e l’ho scritto. In genere, se ero soddisfatto del risultato, dopo provavo una piacevole sensazione. Se qualcuno si complimentava per ciò che avevo scritto, la gratificazione era ancora maggiore.

Quindi, forse non ho bisogno di comunicare. Ho solo bisogno di gratificazione. A essere onesti, non ci sono tante attività per le quali la gente mi faccia i complimenti. E, se non me li merito, fa bene a non farmeli. Non ci piove.

Ora, detta così sembra semplice. Scrivere ti gratifica? E allora scrivi.

Ma cosa scrivo, se non ho nulla da scrivere?

E allora, le volte in cui scrivo e mi sento gratificato, cosa diavolo scrivo?

Dipende: spesso scrivo su commissione. Articoli, recensioni. Componimenti goliardici per matrimoni o ricorrenze varie. Talvolta, racconti, per concorsi a tema.

Ah, scrivo pure sul mio blog. Ma in modo incostante e raffazzonato. (Occhio, l’aggettivo “incostante” temo abbia una certa importanza in questo discorso.)

E’ che mi piacerebbe scrivere qualcosa di impegnativo. Racconti lunghi. Romanzi, addirittura.

Ma mi sembra di non avere nulla da raccontare. E quando mi sembra di averlo, mi pare che non sia interessante. A volte leggo scrittori che parlano di “urgenza di scrivere”. Ecco, le cose che mi vengono in mente, a me, non paiono mai sufficientemente urgenti.

(Cose urgenti, da qualche parte, ne ho, a dire il vero. Sono rinchiuse non so bene dove, le sento che urlano ma non capisco cosa dicono. Forse devo solo imparare a decifrare quelle urla.)

(Però. Ho scritto quasi una pagina.)

(Cose che si ritrovano riordinando l’hard disk)

Non c’è più niente da sapere. Tutto quello che c’era ve l’ho detto.

Io mi chiamo come vi ho detto. Il mio nome è quello. Il cognome pure.

Sono nato il giorno che vi ho detto. Non chiedetemi dettagli sul parto, non ricordo nulla.

Fino a due anni, due anni e mezzo non so niente. Voi vi ricordate, forse?

Ho capito. Volete che vi dica di nuovo tutto. Contenti voi. Dall’inizio? Dall’inizio.

Quando avevo tre anni avevo una sorella di un anno e mezzo. Allora: avete detto che devo raccontare tutto dall’inizio? E io racconto tutto dall’inizio. Per quanto mi riguarda, l’inizio è questo.

Stavo dicendo. Quando avevo tre anni avevo una sorella di un anno e mezzo. Mio padre faceva il meccanico, aggiustava le vespe e le lambrette. A quell’epoca non ci andava più nessuno in vespa e in lambretta, perché c’era il boom economico e avevano comprato tutti la macchina. Quindi mio padre per arrivare a fine mese aggiustava anche gli ape, e il sabato e la domenica andava a casa dai contadini a riparare gli ape a domicilio. Mia madre lavorava in casa, cuciva tomaie per dei grossi calzaturifici. Ovvio, in nero. Cosa credevate? Adesso, capite anche voi che lavorare in casa e nello stesso tempo tenere dietro a due bimbi molto piccoli diventava un problema. Allora pensarono di mettermi all’asilo. Solo che all’asilo comunale non c’era posto. O forse non ero abbastanza grande, adesso non ricordo. Allora mi mandarono ad un asilo di suore, vicino allo stadio. Lì le cose funzionavano così: appena dicevi ah, ti davano uno sberlone. Che brave suore, eh? Poi io ero anche poco furbo. Una volta eravamo in cortile e cominciò a piovere. Ci dissero di rientrare. Alcuni bambini rimasero fuori. Io restai per convincerli a venir dentro, poi rientrai anch’io visto che non mi ascoltavano. E mi presi due sberle, perché le suore non sapevano come mai avevo tardato. A volte la minestra non mi piaceva, e allora mi lasciavano in refettorio anche tre o quattro ore, finchè non l’avevo mangiata tutta. Insomma, a farla breve, dopo un paio di mesi mia madre si rese conto della situazione e mi ritirarono. Dopo qualche tempo venimmo a sapere che l’asilo era stato chiuso perché c’era stata una denuncia per maltrattamenti.

L’anno dopo cominciai ad andare all’asilo comunale. La maestra della mia classe era ovviamente la più vecchia e severa, però almeno non ci prendeva a sberle come le suore. Io nel frattempo avevo imparato a leggere. Sì, a quattro anni ho imparato a leggere, cosa c’è? E mi piaceva anche. E lì all’asilo facevo anche una delle poche cose furbe che ho fatto in vita mia. Dietro la porta dell’aula c’era uno scatolone pieno di giornalini, Topolino, Tiramolla, quella roba lì. Io facevo in modo di farmi mandare in castigo, perché in castigo la maestra ci mandava dietro la porta. E così, mentre i miei compagni facevano cose noiosissime, io mi leggevo i giornalini. Però anche lì se non mangiavo la minestra mi lasciavano da solo in refettorio per tutto il pomeriggio, col piatto davanti.

Quando non ero all’asilo andavo a giocare in cortile. Finchè stavo nel cortile del mio palazzo tutto andava bene, perché i ragazzi del mio palazzo, anche se erano più grandi di me, mi facevano giocare con loro e mi trattavano bene. Ma se andavo sul terrazzone, che era un cortile tra i palazzi dove parcheggiavano le macchine, rischiavo di incontrare tre fratelli padovani che erano dei mezzi delinquenti e trovavano qualsiasi pretesto per picchiarmi. Poi c’era un altro ragazzo che non era tutto a posto con la testa, e di solito veniva menato dai padovani, ma visto che era più grande di me quando mi incontrava ne approfittava per rifarsi. Insomma, dovevo stare sempre attento. Io non picchiavo nessuno. Una sola volta, e non ricordo nemmeno il perché, ho picchiato un altro bambino, che poi era un tipo buonissimo. Solo che poi venne suo padre a dirmi di non farlo mai più. Io capivo che aveva ragione, ma mi chiedevo perché mio padre non sgridava mai quelli che picchiavano me. Forse perché era sempre a lavorare.

Normalmente mio padre non mi picchiava. Qualche volta è successo. Mi ricordo una volta al mare, a Punta Marina. Davanti ad un negozio cominciai a piangere perché volevo un certo giocattolo, mi sembra che fossero di quelle formine per giocare con la sabbia. Tenete conto che allora i giocattoli me li compravano solo per natale e per il compleanno. Insomma, io piangevo e lui a un certo punto mi diede uno sberlone, mi disse che non me lo comperava e che se quando lui tornava la settimana dopo scopriva che me lo aveva comperato qualcun altro mi dava un’altra sberla. Credo di non aver mai più chiesto che mi comperassero nulla.

All’asilo nella mia classe c’era una bimba della mia età che abitava nel palazzo di fronte al mio. Ci trovavamo in cortile a giocare e giocavamo a marito e moglie. Decidemmo anche che da grandi ci saremmo sposati davvero. Un giorno, un bimbo più piccolo che abitava nel suo palazzo disse che voleva sposarla lui. Io dissi di no. Lui disse di sì. Facemmo a botte. Vinse lui, naturalmente. Poi lui andò ad abitare via. Chiaramente io e lei non ci siamo sposati, però a tredici anni cercai di farla diventare la mia ragazza, ma lei non voleva nemmeno che mi avvicinassi.

Va be’. Col fatto che sapevo leggere anche se non andavo ancora a scuola, succedeva che tutte le volte che qualcuno ci veniva a trovare, o che noi andavamo a trovare qualcuno, io dovevo leggere qualcosa. Dopo tutti mi dicevano bravo, e se avevano dei figli che andavano già a scuola gli dicevano “Hai visto lui, che tu invece non vuoi imparare?” Questi dopo non avevano mai voglia di giocare con me. Se giocavamo mi picchiavano.

Al sabato io e mia sorella ci portavano a mangiare dagli zii. Gli zii non erano zii nostri, erano zii di nostro padre, ma siccome non avevano figli eravamo i loro nipotini preferiti. Noi stavamo bene dagli zii. Non ci sgridavano quasi mai, ci pagavano il gelato, avevano il mangiadischi. Noi avevamo il giradischi, ma l’avevamo rotto perché ci eravamo seduti sopra per vedere se facendolo partire poteva funzionare come una giostra. Lo zio mi portava al bar, a veder giocare a biliardo,  o allo stadio a vedere il Bologna. Mio padre al bar ci andava di sera, se non lavorava, e non mi portava. Però la mattina dopo c’erano i popcorn. Allo stadio invece non ci andava, però la domenica d’inverno correva in bicicletta. Noi andavamo a vederlo. Faceva le gare di ciclocross, in mezzo ai campi infangati. Mia mamma prendeva le ruote di ricambio, poi andavamo a vederlo passare. Io e mia sorella urlavamo “Dai papà” e speravamo che arrivasse primo, però non succedeva mai. Però vinceva sempre qualcosa: una coppa, una cassa di ciliegie, una mortadella.

Nel frattempo era nata un’altra sorella. Quando la mamma aveva la pancia, io volevo che fosse un maschio e che si chiamasse Ivan. Mia sorella voleva che fosse una femmina e che si chiamasse Ivana. Alla fine è nata una femmina, ma non l’abbiamo chiamata Ivana.

Mi seguite? Sì, ho capito che l’ho presa alla larga, ma se volete che vi racconti tutto, devo raccontarvi tutto, se no poi rischiamo che non ci capite niente. Tanto, avete detto che non avete fretta, no? Io neanche.

Dov’ero arrivato. Insomma, io leggevo sempre, però visto che di giornalini in casa non ce n’erano poi tanti, li avevo imparati a memoria e mi erano venuti a noia. Allora per cambiare un po’ cominciai a leggerli al contrario. Si’, le singole parole al contrario. Dopo un po’, se uno mi diceva una parola io sapevo immediatamente ripetergliela al contrario. Anche parole lunghe e difficili. Adesso quando andavamo da qualcuno non dovevo più leggere qualcosa, ma dovevo dire le parole al contrario. Tutti facevano delle facce sbalordite. A me non sembrava poi così difficile. Poi pian piano si dimenticarono. Tempo fa ho visto in tv un cretino, un dj, che lo faceva anche lui. E tutti sbalorditi. Bah.

Avevamo anche dei nonni, ma non li frequentavamo come gli zii. La nonna era la mamma di mia mamma, abitava al piano di sotto da noi insieme allo zio. Lo zio era scapolo, faceva le gare in bici con mio padre e quando andavamo in casa dalla nonna lui dormiva e noi dovevamo fare piano. Il nonno era il padre di mio padre, lavorava con lui in officina e aveva una moglie che però non era la nonna, e che noi tassativamente non dovevamo chiamare nonna.

(continua. ma anche no.)