Di solito non faccio queste cose, ma questo mi piaceva.

LA COSA PIU’ ECCITANTE CHE TI E’ SUCCESSA OGGI?
Sono stato svegliato dagli schiaffoni di mia figlia.

COSA CAMBIERESTI DELLA TUA VITA ORA?
Il lavoro.

MEGLIO SORRIDERE PER UNA BUGIA O PIANGERE PER UNA VERITA’?
Le bugie non si dicono.

TI FIDI FACILMENTE DELLA GENTE?
No.

CI VUOLE MOLTO PER FARTI PIANGERE?
Sì.

UNA COSA CHE SE TI VIENE FATTA TI DÀ DAVVERO FASTIDIO?
Che mi raccontino delle balle.

DI CHI ERA L’ULTIMO MESSAGGIO RICEVUTO E COSA DICEVA?
Non ricordo.

STAVI SORRIDENDO QUANDO TI SEI SVEGLIATO STAMATTINA?
Non posso saperlo. Il mio cervello entra in funzione molto dopo che mi sono tecnicamente svegliato.

HAI MAI BACIATO QUALCUNO DI NOME MICHELE/A?
No.

OLTRE AL LETTO COS’E’ LA COSA CHE TI PIACE DI PIU’ IN CAMERA TUA?
Il lettino di mia figlia (se lo usasse di più, poi…)

COSA FACEVI PRIMA DEL TEST?
Fingevo di lavorare

COSA FARAI DOPO IL TEST?
Andrò a pranzo.

QUALCUNO HA UNA COTTA PER TE?
Non mi risulta.

L’ULTIMA VOLTA CHE HAI FATTO UNA FOTO CON QUALCUNO?
L’altro ieri.

PELLICCIA O BIGLIETTI PER IL DERBY?
Derby. Di Basket.

PERCHE’ HAI BACIATO L’ULTIMA PERSONA CHE HAI BACIATO?
Perchè le voglio bene.

SEI FELICE DOVE SEI?
No, sono Stefano.

DI COSA NON VEDI L’ORA?
Di dormire.

BACERESTI DI NUOVO L’ULTIMA PERSONA CHE HAI BACIATO?
Direi proprio di sì.

QUALE CANZONE DESCRIVE MEGLIO LA TUA SITUAZIONE AMOROSA?
"Cara ti amo" di Elio e le Storie Tese (non è vero!!!)

SEI UNO SPEZZACUORI O UN CUORE SPEZZATO?
Broken Hearts are for assholes (Frank Zappa)

CON CHI HAI PARLATO DI PIU’ OGGI?
Con mia moglie

IL QUINTO NOME NELLA RUBRICA DEL TUO CELLULARE?
Andrea

FARESTI QUALCOSA PER QUALCUNO?
Si, ma anche no. Specificare.

USCIRESTI CON QUALCUNO DELLA TUA TOP?
Top? What?

L’ULTIMA VOLTA CHE HAI PRANZATO FUORI?
Domenica scorsa, a una cresima.

LA TUA STAZIONE RADIO PREFERITA?
Radio 3 o Città del Capo

HAI ANCORA DELLE FOTO DEI TUOI EX?
Sì.

HAI UNA CANZONE DI OZZY OSBOURNE?
Non mi pare

E DI ALANIS MORISSETTE?
Idem.

HAI MAI DIMENTICATO DI FARE UN REGALO DI NATALE/COMPLEANNO?
Se l’ho fatto, l’ho rimosso.

CANTI IN AUTO?
Sì.

CANTI SOTTO LA DOCCIA QUANDO NON C’E’ NESSUNO IN CASA?
Anche quando c’è qualcuno

HAI MAI FATTO FINTA DI STARE INSIEME ALLA PERSONA CHE TI PIACEVA MENTRE INVECE NON ERA VERO?
Eh?

TI E’ MAI PIACIUTO QUALCUNO MA NON GLIELO HAI DETTO PER PAURA?
Sì.

HAI MAI PASSATO UN’ORA INTERA A PENSARE A CHI AMI?
Non tengo il cronometro in mano.

TI E’ MAI PIACIUTO QUALCUNO SOLO PER IL SUO ASPETTO?
Sì.

(Ok, finito. Che sia un segno di regressione?)

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In questo momento, al Dallara, Vasco sta cantando "Siamo solo noi". Come faccio a saperlo? Nonostante le finestre chiuse, si sente come se il palco fosse in cortile. E in linea d’aria c’è più di un km.

Qualche anno fa la feci sentire a un mio conoscente di area parrocchiale, e mi disse che la trovava stupida. A me sembra che potrebbe essere stata scritta stamattina e non 35 anni fa.


Borghesia

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia, 
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia. 
Sei contenta se un ladro muore, se si arresta una puttana, 
se la parrocchia del Sacro Cuore ha acquistato una nuova campana. 
Sei soddisfatta dei danni altrui, ti tieni stretti i denari tuoi, 
assillata dal grande tormento che un giorno se li riprenda il vento. 
E la domenica, vestita a festa, con i capifamiglia in testa, 
ti raduni nelle tue chiese, in ogni città, in ogni paese. 
Presti ascolto all’omelia rinunciando all’osteria, 
così grigia così per bene poni a spasso le tue catene.   

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia, 
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia. 
Godi quando gli anormali sono trattati da criminali, 
chiuderesti in manicomio tutti gli zingari e gli intellettuali, 
ami ordine e disciplina, adori la tua polizia tranne quando deve indagare 
su un bilancio fallimentare. 
Sai rubare con discrezione, meschinità e moderazione, 
alternando bilanci e conti, fatture e bolle di cassazione 
Sai mentire con cortesia, cinismo e vigliaccheria, 
hai fatto dell’ipocrisia la tua formula di poesia.   

Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia, 
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia. 
Non sopporti chi fa l’amore più di una volta alla settimana, 
chi lo fa per più di due ore, chi lo fa in maniera strana 
Di disgrazie puoi averne tante, per esempio una figlia artista 
oppure un figlio commerciante o, peggio ancora, comunista. 
Sempre pronta a spettegolare in nome del civile rispetto, 
sempre fissa ad ascoltare un orizzonte che si ferma al tetto. 
Sempre pronta a pestare le mani a chi arranca dentro a una fossa 
sempre pronta a leccar le ossa del più ricco e dei suoi cani. 
Vecchia piccola borghesia, vecchia gente di casa mia, 
per piccina che tu sia, il vento un giorno ti spazzerà via.

Ci sono questi due blog letterari, Vibrisse e Il primo amore, che hanno chiesto ai loro lettori di redigere il proprio testamento biologico, come contributo al dibattito sul medesimo. Non è che anch’io volessi compilarlo; ma  nonappena i miei neuroni hanno lontanamente accarezzato l’ipotesi, ho avvertito la sensazione *fisica* di un macigno nel cervello che mi impediva di affrontare l’argomento. Ho deciso allora di usare questo blog per sgravarmi da quel peso. A costo di sentirmi dare dell’egoista, dell’irresponsabile, o, perchè no, dell’assassino. Un bieco uso personale, insomma. Nessun argomento da sostenere, solo una storia nascosta per tanto tempo sotto il tappeto e rimasticata in solitudine.
Ringrazio tutti quelli che hanno commentato e chi ha ripreso il post. Come minimo, mi hanno fatto sentire meno solo. E hanno aperto molte brecce nel macigno.

Un pomeriggio di ottobre del 1985 a casa mia squilla il telefono. Risponde mia sorella quindicenne e si sente dire più o meno così: "Salve, qui è l’ospedale Sant’Orsola. Il signor (nostro padre) è clinicamente morto e avremmo bisogno del consenso per la donazione degli organi." Perchè usare giri di parole, d’altronde? Ma mia sorella è sola in casa. Io sono su un treno, sto arrivando in licenza da Padova ignaro di tutto, credendo che mio padre sia in stazione ad aspettarmi con la moto per andare poi a vedere il passaggio del Giro dell’Emilia sul Passo della Raticosa. Invece sul binario c’è la mamma, ed è parecchio reticente sui motivi di questo cambio di programma. Un po’ alla volta riesco a capire che papà ieri è stato male e ora è in rianimazione. E i dottori cosa dicono? Ma, ecco, insomma. E’ in coma. Irreversibile.
Oh, no. Di nuovo. Quella parola. Dopo sette anni.
Sette anni prima mia sorella Daniela aveva 12 anni. Il mattino del giorno di Natale trovò i regali sotto l’albero, nel pomeriggio invece si sentì male. La prendemmo in giro. Doveva mangiare meno tortellini. Poi vomitò e perse conoscenza. Smettemmo di prenderla in giro. La portammo all’ ospedale Maggiore. La riempirono di tubi e la trasferirono al Bellaria. Emorragia cerebrale, dissero. Era in coma. Per Santo Stefano sentii per la prima volta parlare di coma irreversibile. Il giorno dopo era morta.
Ora stavo andando da mio padre, che era in coma irreversibile per un’improvvisa emorragia cerebrale. Deja vu. Per arrivare al Sant’Orsola dovemmo aspettare che riaprissero i viali. Erano chiusi per il Giro dell’Emilia, perlappunto. Mia madre litigò con un vigile.
Al Sant’Orsola trovammo anche un amico di mio padre. Ci fecero entrare tutti e tre per vederlo, attaccato alle macchine. Poi, nel corridoio, ci avvicinò una dottoressa comunicandoci la morte cerebrale e caldeggiando il nostro consenso alla fermata delle macchine e alla donazione degli organi. Dovevamo decidere subito.
Ho un vago ricordo di quei momenti. Rimettendoli nero su bianco adesso, mi viene da pensare che avrei dovuto mandare la dottoressa a quel paese dicendole che quello non era il modo di trattare le persone. Invece no. Eravamo frastornati, ma soprattutto rassegnati. Avevamo visto Daniela. Non credevamo ai miracoli. Il cuore di mio padre, che si stava allenando per riprendere l’attività del ciclocross, avrebbe battuto ancora a lungo, prolungando una sofferenza inutile. Per lui e per noi. Sempre che, con l’encefalogramma piatto, si percepisca la sofferenza.
Io guardavo mia madre. Mia madre guardava me. L’amico di mio padre ci guardava entrambi, senza parlare. Era evidente che avrebbe voluto essere a migliaia di kilometri da lì.
Diedi io l’ok. Pensai che tre anni prima ero stato tra la vita e la morte con un rene mezzo spappolato per un incidente in una gara di motocross, e che io stesso avrei potuto avere bisogno di un donatore. Decisi così di staccare l’ossigeno e di donare gli organi di mio padre che credevo in perfetta salute fino a poche ore prima.
Non ci chiedemmo, mi pare, cosa avrebbe voluto lui.
A volte mi nascono delle domande su quel giorno.
Sono costretto a ucciderle sul nascere.
O loro, o me.