Certo, va fatta la tara, tenendo conto che chi parla è un indagato e che Repubblica vuole certo dare un colpo al cerchio (Berlusca) e uno alla botte (D’Alema). Ma l’intervista a Tavaroli, ex capo della security Telecom, offre un succoso spaccato di certi meccanismi di potere.

E primo scoglio. Dovrei parlare dei fatti miei, ma non mi piace. Potrei farlo in un diario segreto, ma ho sempre trovato che scrivere per nessun lettore fosse tempo perso, e lo penso ancora.
Non ho cose da insegnare, e comunque ho sempre preferito imparare.
Le mie posizioni politiche attuali, come da post precedenti, si collocano tra Pol Pot e Jack lo Squartatore, quindi poca teoria e molta prassi (e che prassi).
Parlare di lavoro mi deprime.
Lo sport ho smesso di seguirlo da tempo, più o meno da quando il calcio è stato superato in credibilità dal wrestling e le classifiche delle gare ciclistiche vengono stilate in questura (ah, anche Riccò…)
(Primo errore: non ho fatto altro che elencare quelle famose "buone ragioni" per non scrivere. Invece dovrei ignorarle.)
Potrei scrivere aneddoti, tranche de vie pescati nel cesto dei ricordi, piccole rievocazioni scelte tra le più neutre, adatte ad una qualsiasi conversazione poco impegnativa.
Sì, per cominciare potrebbe andar bene.
Esempio.
Anni addietro, qualche volta sono andato perfino a Sestola a vedere il Bologna in ritiro. Lì mi capitò di vedere una delle paia di piedi più fini che abbia mai visto in azione: quelli di Lajos Detari, biondo fuoriclasse ungherese. Purtroppo, in quella squadra allenata dal compianto professor Scoglio era circondato da elementi la cui presenza in una squadra di serie A rimane tuttora un mistero: Gigi Digià, Romano Galvani, Egidio Notaristefano, Rosario Biondo… In genere, quando Detari indovinava un geniale lancio su una fascia, questi scattavano dalla parte opposta, beccandosi meritate contumelie in magiaro.  L’apporto dell’ungherese in campionato fu scarso: dovette essere operato al ginocchio dopo poche partite. Il Bologna riuscì incredibilmente a raggiungere i quarti di finale in coppa UEFA (recuperando addirittura un 3-0 subito dall’Admira Wacker), ma non evitò la retrocessione in serie B.
(racconto inutile e sintetico. progressi: nessuno)

(mi sto violentando, ma devo farlo)

Bisognerebbe parlare (o scrivere) solo quando esiste una buona ragione per farlo, e nel 90% dei casi, se ci si ferma un attimo a riflettere, è assai probabile scoprire che quella ragione non c’è. Quasi nessuno, però, usa fermarsi a riflettere quell’attimo. Io, in genere, mi fermo per due attimi e questo mi  porta un doppio svantaggio sociale:  subire  l’incontrollata logorrea altrui ed esprimermi in maniera sottodimensionata. Da un po’ di tempo a questa parte la cosa mi sta creando insofferenza, e se la difesa dal mare di chiacchiere inutili che mi sovrasta riesco in qualche modo ad erigerla, il mio amore per la sintesi e la distillazione delle parole mi impedisce quasi fisicamente di gonfiare artificialmente il mio eloquio (o la mia scrittura), nonostante mi renda conto che ne ho sempre più bisogno. Da oggi tenterò di usare questo blog in tal senso. Non ho nulla da perdere, a parte tre lettori (addio e grazie. è stato bello.)

moglie e figlia sulle dolomiti.
appuntamento per cena con un amico, che dà buca all’ultimo momento.
frigo vuoto.
festa di rifondazione comunista a due passi da casa. andiamo pure.
stand del pesce. antipasto di mare e spiedini. non esattamente indimenticabili.
bar cubano. mojito. e qui si risolleva la serata.
accendo anche la pipa.
libreria. gestita da ‘punto einaudi’. solo libri einaudi. belle cose, per carità. ma il bello, gli altri anni, era che si trovavano anche cose di piccole case editrici. (a proposito, voi lo sapete chi è il padrone della einaudi, vero?)
incontri. delegato di fabbrica con famiglia. compagna ben nota a fare le crescentine. facce conosciute, più vecchie. accatto due millelire, che con l’euro fanno 3,80.
mi gira la testa. torno a casa. a scrivere questo post.
e io che credevo che, a casa da solo, avrei fatto sfracelli.

Mi rendo conto che l’unica urgenza comunicativa che sento attualmente la si può riassumere brevemente in questo modo: "Siete tutti degli stucchevoli idioti e vi sfonderei volentieri la scatola cranica con una mazza ferrata". Trovo inutile scrivere tanti post per ribadire insistentemente questo concetto.

Appena rilasciato, qualcuno dovrebbe decapitare Matteo Cambi e depositare la sua testa davanti alla porta di casa di Giampiero Fiorani, per avvisarlo che a breve toccherà a lui e che la sua testa verrà recapitata a casa Tanzi, e così via. E’ ora di disincentivare la filibusta imprenditoriale che infesta questo paese.