Forconisti anonimi

Intanto quelli che ho visto io il forcone non ce l’avevano. Avevano delle bandiere italiane in mano, e delle bandiere italiane al collo a mo’ di scialle. Erano quattro o cinque, stavano sulla via Emilia davanti all’ipercoop di Borgo Panigale e davano via dei volantini. Ne ho preso uno anch’io: c’erano scritte le cose che ultimamente dicono un po’ tutti: è ora di finirla, mandiamoli tutti a casa, riprendiamoci questo e quello etc. A chiusura, in grande: Ribellarsi è un dovere. Subito sotto, molto in piccolo, una citazione non accreditata sul diritto di cacciare i governi con mazze e pietre. Tutto stampato al computer. Poi, a pennarello, in fondo: Gruppo coordinamento 9 dicembre Bologna. Ho letto tutto questo, e dopo aver scacciato dalla mente quella scena di Novecento, il fim di Bertolucci, in cui viene inquadrato per la prima volta Donald Sutherland e qualcuno dice “Quello è il nuovo fattore” (devo smetterla di farmi suggestionare dai film), ho posato l’attenzione su quello che nel volantino NON c’era: un recapito. Un numero di telefono. Una mail. Una pagina facebook. Se qualcuno si fosse cacciato frettolosamente in tasca il volantino e dopo averlo riletto fosse stato folgorato dal messaggio dei novedicembristi, non avrebbe avuto alcun modo di contattarli.

E allora ho pensato: già, con la crisi c’è un sacco di gente che si arrabbia molto e che magari si ribella pure, ma c’è anche un sacco di gente che se gli dai dieci euro fa tutto quello che vuoi, non so, ti porta la spesa, ti lava la macchina, viene a una manifestazione in tua solidarietà o prende una bandiera e va a distribuire volantini. E a chi serve? Non lo so, ma poi però i giornali escono con titoli tipo “La rivolta sbarca a Bologna”, e la gente esce dal supermercato, vede questi qui e pensa “ma guarda, è proprio vero che la rivolta sbarca a Bologna”. E magari qualcuno è contento che i giornali scrivano così e la gente pensi cosà.