Come un giocattolo rotto

(Due agosto, trentunesima volta. Poca giustizia, tanta rabbia. Voglia di silenzio, che dia pace ai morti e geli il sangue dei vigliacchi. Ma avevo questa cosa in un cassetto, e ho pensato che, visto che la memoria non è mai abbastanza, stesse meglio qui.)

Un modellino. Sì, un modellino, un giocattolo. E’ arrivato un ragazzino dispettoso, col taglio della mano ha spezzato in due la carrozza sul primo binario e poi ha saltato a piedi pari sull’edificio della stazione fino a ridurla in briciole. Dev’essere andata sicuramente così. Un modellino, ecco cosa vorrei che fosse quello che sto guardando. Eppure no, non lo è.

Questa mattina alle nove ci sono passato davanti, alla stazione. Ho fermato il motorino al semaforo sul viale, l’asfalto mi pompava il calore in faccia.
Ho buttato un’occhiata distratta verso il piazzale e la gente che entrava e usciva. Credo di aver pensato qualcosa tipo che ci vuole una bella voglia per fare le vacanze ammassandosi in un treno a morire di caldo. Io vado in montagna, in campeggio con la mia famiglia, partiamo domani. In valle d’Aosta, a 1700 metri, 10 km dal paese più vicino. No caldo, no ressa. Il semaforo è ritornato verde, ho dato gas e mi sono dimenticato della stazione.


Io ho quindici anni, faccio l’istituto tecnico e in estate lavoro nell’officina di mio padre, che ripara vespe, motorini e apecar. Non sono tanto bravo a fare il meccanico, se devo essere sincero non mi piace nemmeno. Per cui mi mandano a fare commissioni con il motorino. Questo mi piace, mi piace girare la città in motorino. Questa mattina sono andato da un altro meccanico a prendere alcuni portapacchi da vespa, perchè siamo rimasti senza. Al ritorno, in officina c’erano due miei amici, Bacco e Scaglia. Eravamo d’accordo che stamattina avremmo montato una marmitta particolare sul motorino di Bacco.


Non ricordo che ora fosse quando è squillato il telefono, comunque sono andato a rispondere io e dall’altra parte c’era il meccanico che mi aveva dato i portapacchi. Aveva la voce seria e ha chiesto di mio padre. Gliel’ho passato e sono tornato a lavorare con i miei amici. Poco dopo è tornato mio padre. Aveva la faccia seria. Ha detto che la stazione di Bologna era scoppiata. Non si sapeva se fosse stata una caldaia o qualcos’altro.


Mio padre ha visto sul marciapiede un ferroviere che abita sopra l’officina e lo ha chiamato per chiedergli se sapesse qualcosa. Sapeva qualcosa. Era sconvolto. Ha raccontato che era appena smontato dal turno e stava andando a prendere l’autobus per tornare a casa. Ha sentito il boato alle sue spalle: si è voltato e ha visto polvere e macerie. E’ salito di corsa sull’autobus e non ha più avuto il coraggio di girarsi.


Poco dopo è arrivato un altro ferroviere, a portarci il suo Gilera 300 a riparare. Racconta cose terrificanti: dice che stanno caricando morti e feriti sugli autobus, tanti ce ne sono. Dice che là sotto devono esserci rimaste almeno duecento, trecento persone. Penso a tutti quei corpi dilaniati e il mio stomaco si chiude. Bacco e Scaglia invece ci scherzano sopra. Non capisco. Sono sbagliato io o sono sbagliati loro? Non so, so solo che vorrei strozzarli, pur di farli tacere.


Alle 12 e 30 mio padre ha chiuso l’officina. Ma non siamo andati a casa. Abbiamo preso il Gilera 300 del ferroviere e siamo andati verso la stazione. Il viale era transennato già trecento metri prima. Abbiamo lasciato la moto e proseguito a piedi. Siamo arrivati di fronte, sotto i portici degli alberghi, calpestando i cocci delle vetrine frantumate dallo scoppio, facendoci largo tra tantissima gente ammutolita. E abbiamo visto. Abbiamo visto che un pezzo della stazione non c’era più. Abbiamo visto una montagna di macerie ricoprire il piazzale, e uomini con divise diverse scavare in quella montagna come tante formiche. E nessun rumore, o quasi. Mi aspettavo sirene, urla, concitazione. La loro assenza mi faceva illudere che forse no, forse non c’era rimasta poi tanta gente là sotto. Come se poche ore prima non avessi visto lo stesso piazzale brulicare di persone. 


Ci siamo spostati sul ponte di Galliera, quello che passa sopra i binari. Da lì abbiamo visto la carrozza sventrata sul primo binario. Da lontano, dall’alto, sembrava davvero un trenino giocattolo distrutto per dispetto.
Siamo tornati a casa. Non c’era più niente da vedere.


Io ho quindici anni e domani parto per le vacanze. Domani sera arriverà anche il moroso di una nostra amica, che è militare ed è stato mandato tra i soccorsi alla stazione. E’ un ragazzone grande, grosso e spavaldo. Arriverà piangendo e piangerà tutta la sera.


Io ho quarantacinque anni. Ogni anno, se posso, il due agosto torno alla stazione. Vedo l’orologio che segna le dieci e venticinque. Vedo la lapide con ottantacinque nomi. E ricordo. Ma anche se non ci vado, ricordo ugualmente. Ogni giorno. Da trent’anni.

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