(Cose che si ritrovano riordinando l’hard disk)

Non c’è più niente da sapere. Tutto quello che c’era ve l’ho detto.

Io mi chiamo come vi ho detto. Il mio nome è quello. Il cognome pure.

Sono nato il giorno che vi ho detto. Non chiedetemi dettagli sul parto, non ricordo nulla.

Fino a due anni, due anni e mezzo non so niente. Voi vi ricordate, forse?

Ho capito. Volete che vi dica di nuovo tutto. Contenti voi. Dall’inizio? Dall’inizio.

Quando avevo tre anni avevo una sorella di un anno e mezzo. Allora: avete detto che devo raccontare tutto dall’inizio? E io racconto tutto dall’inizio. Per quanto mi riguarda, l’inizio è questo.

Stavo dicendo. Quando avevo tre anni avevo una sorella di un anno e mezzo. Mio padre faceva il meccanico, aggiustava le vespe e le lambrette. A quell’epoca non ci andava più nessuno in vespa e in lambretta, perché c’era il boom economico e avevano comprato tutti la macchina. Quindi mio padre per arrivare a fine mese aggiustava anche gli ape, e il sabato e la domenica andava a casa dai contadini a riparare gli ape a domicilio. Mia madre lavorava in casa, cuciva tomaie per dei grossi calzaturifici. Ovvio, in nero. Cosa credevate? Adesso, capite anche voi che lavorare in casa e nello stesso tempo tenere dietro a due bimbi molto piccoli diventava un problema. Allora pensarono di mettermi all’asilo. Solo che all’asilo comunale non c’era posto. O forse non ero abbastanza grande, adesso non ricordo. Allora mi mandarono ad un asilo di suore, vicino allo stadio. Lì le cose funzionavano così: appena dicevi ah, ti davano uno sberlone. Che brave suore, eh? Poi io ero anche poco furbo. Una volta eravamo in cortile e cominciò a piovere. Ci dissero di rientrare. Alcuni bambini rimasero fuori. Io restai per convincerli a venir dentro, poi rientrai anch’io visto che non mi ascoltavano. E mi presi due sberle, perché le suore non sapevano come mai avevo tardato. A volte la minestra non mi piaceva, e allora mi lasciavano in refettorio anche tre o quattro ore, finchè non l’avevo mangiata tutta. Insomma, a farla breve, dopo un paio di mesi mia madre si rese conto della situazione e mi ritirarono. Dopo qualche tempo venimmo a sapere che l’asilo era stato chiuso perché c’era stata una denuncia per maltrattamenti.

L’anno dopo cominciai ad andare all’asilo comunale. La maestra della mia classe era ovviamente la più vecchia e severa, però almeno non ci prendeva a sberle come le suore. Io nel frattempo avevo imparato a leggere. Sì, a quattro anni ho imparato a leggere, cosa c’è? E mi piaceva anche. E lì all’asilo facevo anche una delle poche cose furbe che ho fatto in vita mia. Dietro la porta dell’aula c’era uno scatolone pieno di giornalini, Topolino, Tiramolla, quella roba lì. Io facevo in modo di farmi mandare in castigo, perché in castigo la maestra ci mandava dietro la porta. E così, mentre i miei compagni facevano cose noiosissime, io mi leggevo i giornalini. Però anche lì se non mangiavo la minestra mi lasciavano da solo in refettorio per tutto il pomeriggio, col piatto davanti.

Quando non ero all’asilo andavo a giocare in cortile. Finchè stavo nel cortile del mio palazzo tutto andava bene, perché i ragazzi del mio palazzo, anche se erano più grandi di me, mi facevano giocare con loro e mi trattavano bene. Ma se andavo sul terrazzone, che era un cortile tra i palazzi dove parcheggiavano le macchine, rischiavo di incontrare tre fratelli padovani che erano dei mezzi delinquenti e trovavano qualsiasi pretesto per picchiarmi. Poi c’era un altro ragazzo che non era tutto a posto con la testa, e di solito veniva menato dai padovani, ma visto che era più grande di me quando mi incontrava ne approfittava per rifarsi. Insomma, dovevo stare sempre attento. Io non picchiavo nessuno. Una sola volta, e non ricordo nemmeno il perché, ho picchiato un altro bambino, che poi era un tipo buonissimo. Solo che poi venne suo padre a dirmi di non farlo mai più. Io capivo che aveva ragione, ma mi chiedevo perché mio padre non sgridava mai quelli che picchiavano me. Forse perché era sempre a lavorare.

Normalmente mio padre non mi picchiava. Qualche volta è successo. Mi ricordo una volta al mare, a Punta Marina. Davanti ad un negozio cominciai a piangere perché volevo un certo giocattolo, mi sembra che fossero di quelle formine per giocare con la sabbia. Tenete conto che allora i giocattoli me li compravano solo per natale e per il compleanno. Insomma, io piangevo e lui a un certo punto mi diede uno sberlone, mi disse che non me lo comperava e che se quando lui tornava la settimana dopo scopriva che me lo aveva comperato qualcun altro mi dava un’altra sberla. Credo di non aver mai più chiesto che mi comperassero nulla.

All’asilo nella mia classe c’era una bimba della mia età che abitava nel palazzo di fronte al mio. Ci trovavamo in cortile a giocare e giocavamo a marito e moglie. Decidemmo anche che da grandi ci saremmo sposati davvero. Un giorno, un bimbo più piccolo che abitava nel suo palazzo disse che voleva sposarla lui. Io dissi di no. Lui disse di sì. Facemmo a botte. Vinse lui, naturalmente. Poi lui andò ad abitare via. Chiaramente io e lei non ci siamo sposati, però a tredici anni cercai di farla diventare la mia ragazza, ma lei non voleva nemmeno che mi avvicinassi.

Va be’. Col fatto che sapevo leggere anche se non andavo ancora a scuola, succedeva che tutte le volte che qualcuno ci veniva a trovare, o che noi andavamo a trovare qualcuno, io dovevo leggere qualcosa. Dopo tutti mi dicevano bravo, e se avevano dei figli che andavano già a scuola gli dicevano “Hai visto lui, che tu invece non vuoi imparare?” Questi dopo non avevano mai voglia di giocare con me. Se giocavamo mi picchiavano.

Al sabato io e mia sorella ci portavano a mangiare dagli zii. Gli zii non erano zii nostri, erano zii di nostro padre, ma siccome non avevano figli eravamo i loro nipotini preferiti. Noi stavamo bene dagli zii. Non ci sgridavano quasi mai, ci pagavano il gelato, avevano il mangiadischi. Noi avevamo il giradischi, ma l’avevamo rotto perché ci eravamo seduti sopra per vedere se facendolo partire poteva funzionare come una giostra. Lo zio mi portava al bar, a veder giocare a biliardo,  o allo stadio a vedere il Bologna. Mio padre al bar ci andava di sera, se non lavorava, e non mi portava. Però la mattina dopo c’erano i popcorn. Allo stadio invece non ci andava, però la domenica d’inverno correva in bicicletta. Noi andavamo a vederlo. Faceva le gare di ciclocross, in mezzo ai campi infangati. Mia mamma prendeva le ruote di ricambio, poi andavamo a vederlo passare. Io e mia sorella urlavamo “Dai papà” e speravamo che arrivasse primo, però non succedeva mai. Però vinceva sempre qualcosa: una coppa, una cassa di ciliegie, una mortadella.

Nel frattempo era nata un’altra sorella. Quando la mamma aveva la pancia, io volevo che fosse un maschio e che si chiamasse Ivan. Mia sorella voleva che fosse una femmina e che si chiamasse Ivana. Alla fine è nata una femmina, ma non l’abbiamo chiamata Ivana.

Mi seguite? Sì, ho capito che l’ho presa alla larga, ma se volete che vi racconti tutto, devo raccontarvi tutto, se no poi rischiamo che non ci capite niente. Tanto, avete detto che non avete fretta, no? Io neanche.

Dov’ero arrivato. Insomma, io leggevo sempre, però visto che di giornalini in casa non ce n’erano poi tanti, li avevo imparati a memoria e mi erano venuti a noia. Allora per cambiare un po’ cominciai a leggerli al contrario. Si’, le singole parole al contrario. Dopo un po’, se uno mi diceva una parola io sapevo immediatamente ripetergliela al contrario. Anche parole lunghe e difficili. Adesso quando andavamo da qualcuno non dovevo più leggere qualcosa, ma dovevo dire le parole al contrario. Tutti facevano delle facce sbalordite. A me non sembrava poi così difficile. Poi pian piano si dimenticarono. Tempo fa ho visto in tv un cretino, un dj, che lo faceva anche lui. E tutti sbalorditi. Bah.

Avevamo anche dei nonni, ma non li frequentavamo come gli zii. La nonna era la mamma di mia mamma, abitava al piano di sotto da noi insieme allo zio. Lo zio era scapolo, faceva le gare in bici con mio padre e quando andavamo in casa dalla nonna lui dormiva e noi dovevamo fare piano. Il nonno era il padre di mio padre, lavorava con lui in officina e aveva una moglie che però non era la nonna, e che noi tassativamente non dovevamo chiamare nonna.

(continua. ma anche no.)

 

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3 pensieri su “

  1. anch’io dalle suore, solo un po’ meno cattive.
    anch’io (a casa) venivo lasciata da sola davanti alla minestra. e se non la finivo me la ritrovavo (riscaldata) al giro dopo, e non importava che fosse merenda, colazione o cena…

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