Per il ponte dell’Immacolata di due anni fa partimmo alla volta di Asiago con la speranza di fare dello sci di fondo e ci trovammo invece, causa totale assenza di neve, a girovagare per le spettrali trincee della Grande Guerra immersi in una fitta nebbia. Uno di quei pomeriggi si concluse al cinema parrocchiale di Gallio, stipato all’inverosimile con la gente seduta anche per terra: il grande vecchio dell’Altopiano, Mario Rigoni Stern, presentava "Stagioni", il suo ultimo libro. Alto e possente, malfermo ma lucido, raccontò da montanaro genuino ma a suo modo carismatico del suo mondo fatto di piante e di animali, di ricordi di guerra e di pace. Alcune cose più di altre mi sono rimaste in mente, di ciò che disse. Sulla lingua dei suoi racconti: "Io scrivo per farmi capire da tutti. Alle scuole elementari la maestra ci insegnò l’analisi grammaticale, l’analisi logica e l’analisi del periodo. Io scrivo come mi hanno insegnato allora." Sull’amore: "Non è vero che nei miei racconti non parlo d’amore, chi legge attentamente può trovarlo. E comunque, chi parla troppo d’amore vuol dire che ne ha poco."
Se n’è andato a 86 anni Mario, l’impiegato del catasto che aveva visto la guerra e i lager e se n’era disintossicato abbracciando i suoi boschi e adottando come fratelli i caprioli e i galli cedroni, e li aveva raccontati raccogliendo premi letterari che andava a ritirare chiedendo permessi concessi di malavoglia dai superiori. Se n’è andato e ci mancherà. Tanto.

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