(questa cosa l'avevo postata su it.arti.scrivere eoni fa. giuro che non l'ho scritta con l'ausilio di sostanze psicotrope.)

Basta così. E ora, ricominciamo.
Giacinto si veste indossando le scarpe ogni volta per prime. Le braghe
le sceglie assai larghe apposta per questo. Giacinto si guarda le scarpe
anche quando è vestito, sfuggendo in tal modo lo sguardo di chiunque gli
è intorno. E' un uomo, Giacinto, di poche parole e ben spese. Non parla
se non gli è richiesto, e sempre in maniera sintetica, con voce ridotta
a un sussurro. Giacinto odia tutti, ma non lo ha mai loro annunciato.
Del resto, nessuno lo ha mai domandato. Curioso.
Giacinto è convinto di essere suo proprio stesso fratello, cugino e
cognato, fors'anche marito, su questo ha riserve riguardo alle leggi
vigenti che poco conosce. Giacinto è convinto di un sacco di cose,
eccetto su prova contraria cambiare opinione, sul tiro al piccione però
non transige, gli pare barbarie, su un dente ha una carie curata con
l'alcool e il vetrocemento, un vero portento.
Giacinto è morto. No. Forse. Cambia qualcosa ?
E' bello Giacinto. E' brutto. Si piace, è il suo tipo. Ruba cuori. Ma
va. Sì. Giacinto. Ve lo avevo detto. Io.
Di Giacinto non importa un ostia a nessuno.
A Giacinto non importa un ostia di nessuno.
Dio li fa e poi li accoppia.
Siamo bravi. Autocompiacimento.
Trasciniamoci pure. Si dice :
trasciniamoci, e non :
strasciniamoci. Quest'ultima è voce di derivazione dialettale e
significa :
sprechiamoci, buttiamoci via a fondo perduto e mai più cercato.
Giacinto sente la musica e gli piace. Non sempre. Troppo alta. Troppo
veloce. Troppo lenta . Troppo pum pum, pim pim, pam pam. Allora non gli
piace. Altrimenti gli piace. La canta. Piano, piano, nessuno deve
sentire, solo lui.
Giacinto. Cinto altre volte. Cinto adesso, ma cinto anche prima. Ti
cingo, ma già ti cinsi. Già cinto, per i più refrattari all'etimo. E che
etimo. Io etimo, tu etimi, egli etima. Non esiste il verbo etimare. Si
dovrebbe inventarlo.
Un uovo sodo.
Un uomo sodo.
Un uomo sordo.
Un uomo sardo.
Un uomo tardo.
Giacinto, un uomo tardo.
Questo non risponde completamente al vero.
Risponde meno ancora al vero la seguente:
Giacinto, un uovo sodo.
Parliamo di Giacinto, senza accanirci su di lui.
E', lui, così come lo vediamo, non c'è né posa né infingimento, esposto
al mondo e dal mondo osservato, talora. Che dirne ? Che già non sia
detto, va inteso.
Qualunque giudizio oggettivo è viziato dal fatto che occorre un soggetto
per dirlo e pensarlo. E' alto, dice il bambino. E' basso, dice il
facchino. Glu glu, dice il tacchino.
Tacchino. Piccolo tacco.
Facchino. Piccolo facco.
Bambino. Piccolo bambo. Un gioco da ragazzi.
Sono solo parole, in fondo. Le parole esistono perché esiste il mondo.
Prima è nato il mondo, e poi le parole. Ma adesso, se portassero via il
mondo rimarrebbero le parole. Immagino che sarebbe buffo. Parole vaganti
nel nulla in cerca di qualcuno che le pronunci e di qualcuno che le
ascolti, parole che significano qualcosa che non esiste più in concreto
e che può venire descritto solo con quelle parole che nessuno può
pronunciare e nessun'altro può ascoltare perché nessuno esiste più. Però
le parole esisterebbero ancora. Parola d'onore.
Giacinto è rimasto a tiro, nel frattempo. Aspetta. Qualcuno. Qualcosa.
Non arriva nessuno. Non arriva niente. Giacinto aspetta ancora.
Nell'attesa non fa nulla, attende e basta. Quando Giacinto fa una cosa
non riesce a pensare ad altro.
Ecco, ora ha smesso di aspettare ciò che aspettava prima e si è messo ad
aspettare qualcos'altro. Non ha mutato posizione. Solo un occhio
allenato poteva cogliere il passaggio.
Giacinto sa aspettare come pochi altri. E' l'attività che occupa la
parte maggiore del suo tempo. Lo fa con dedizione totale.
Quando non può aspettare, aspetta con ansia di poter aspettare di nuovo.

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Nel dopopranzo di un giorno in cui io avevo nove o dieci anni mio padre mi portò con sè a riparare la 
motocarrozetta di un grande invalido, il signor Attilio, parcheggiata sotto casa del medesimo al quartiere Barca,
all'epoca uno dei più malfamati di Bologna. Presto si accorse che occorrevano degli attrezzi che non avevamo con
noi, quindi mi disse di aspettarlo lì mentre lui tornava in officina a prenderli. Il tempo passava, lui non tornava 
e io mi annoiavo da solo su quel marciapiede. Finchè non arrivò un anziano signore a chiedermi che ci facevo lì. E
glielo dissi: sto aspettando mio padre che è andato a prendere gli arnesi per aggiustare la motocarrozzetta del 
signor Attilio. E lui cominciò a dire: ma che ci stai a fare qui, vai in casa dal signor Attilio, ti accompagno io, 
sono il suo dirimpettaio. E io: no, il mio babbo mi ha detto di aspettarlo qui. E lui a insistere finchè io, che mi stavo annoiando, ho detto va bene. E allora siamo entrati nel portone e abbiamo preso l'ascensore. Qui è successa una cosa strana: l'anziano signore ha allungato una mano e mi ha frugato nel cavallo dei pantaloni. Intanto che lo faceva ha emesso un verso strano, una specie di rantolo. Poi basta. Siamo arrivati al piano, lui mi ha mostrato la porta del signor Attilio ed è entrato in quella di fronte. Io ho suonato dal signor Attilio. Mi ha aperto la moglie. Le ho spiegato chi ero e come mai ero lì. Lei ha fatto una faccia spaventata. Mi ha detto che il signore di fronte era, come dire, un po' tocco. Mi ha fatto sedere e mi ha offerto delle caramelle. Poi mio padre è tornato ed era un po' arrabbiato con me. Mi ha detto che nei militari chi abbandona la postazione viene sbattuto in cella.
La sera ho raccontato la cosa a mia mamma. Si è arrabbiata anche lei:  te lo dico sempre di non dar retta agli sconosciuti! E io a dire, ma no, mi ha solo accompagnato dal signor Attilio, ma lei niente.
Tanti anni dopo, poi, ho sentito parlare di gente che chiamano pedofili, e ho anche visto Mystic River. E allora ho pensato che io, come dice Jovanotti, sono un ragazzo fortunato. Anche se Jovanotti non mi piace tanto.
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Mio figlio gioca sulla spiaggia vicino all'acqua e alcuni pezzi di plastica colorata attirano la sua attenzione. Li raccoglie e me li porge: sono i cocci di una pallina, quelle con dentro i ciclisti, probabilmente calpestata da qualcuno. C'è ancora la figurina, sono curioso di vedere chi è. Franco Ballerini.

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Ho letto un racconto di Luigi Malerba in cui un vecchio contadino dell'Appennino Parmense prende la polmonite e manda a chiamare il medico (siamo al tempo dell'ultima guerra). Il medico, che è vecchio e malandato pure lui, per raggiungerlo deve attraversare la vallata a piedi in mezzo a una tormenta. Gli presta le prime cure, ma si rende conto che anche lui ha la polmonite. Poco dopo si sdraia per riposarsi nello stesso letto del contadino, e nello stesso letto moriranno entrambi qualche ora più tardi.
Credo che sia una metafora di qualcosa, ma non so esattamente di cosa.

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(Due agosto, trentunesima volta. Poca giustizia, tanta rabbia. Voglia di silenzio, che dia pace ai morti e geli il sangue dei vigliacchi. Ma avevo questa cosa in un cassetto, e ho pensato che, visto che la memoria non è mai abbastanza, stesse meglio qui.)

Un modellino. Sì, un modellino, un giocattolo. E' arrivato un ragazzino dispettoso, col taglio della mano ha spezzato in due la carrozza sul primo binario e poi ha saltato a piedi pari sull'edificio della stazione fino a ridurla in briciole. Dev'essere andata sicuramente così. Un modellino, ecco cosa vorrei che fosse quello che sto guardando. Eppure no, non lo è.
 
Questa mattina alle nove ci sono passato davanti, alla stazione. Ho fermato il motorino al semaforo sul viale, l'asfalto mi pompava il calore in faccia.
Ho buttato un'occhiata distratta verso il piazzale e la gente che entrava e usciva. Credo di aver pensato qualcosa tipo che ci vuole una bella voglia per fare le vacanze ammassandosi in un treno a morire di caldo. Io vado in montagna, in campeggio con la mia famiglia, partiamo domani. In valle d'Aosta, a 1700 metri, 10 km dal paese più vicino. No caldo, no ressa. Il semaforo è ritornato verde, ho dato gas e mi sono dimenticato della stazione.

 
Io ho quindici anni, faccio l'istituto tecnico e in estate lavoro nell'officina di mio padre, che ripara vespe, motorini e apecar. Non sono tanto bravo a fare il meccanico, se devo essere sincero non mi piace nemmeno. Per cui mi mandano a fare commissioni con il motorino. Questo mi piace, mi piace girare la città in motorino. Questa mattina sono andato da un altro meccanico a prendere alcuni portapacchi da vespa, perchè siamo rimasti senza. Al ritorno, in officina c'erano due miei amici, Bacco e Scaglia. Eravamo d'accordo che stamattina avremmo montato una marmitta particolare sul motorino di Bacco.

 
Non ricordo che ora fosse quando è squillato il telefono, comunque sono andato a rispondere io e dall'altra parte c'era il meccanico che mi aveva dato i portapacchi. Aveva la voce seria e ha chiesto di mio padre. Gliel'ho passato e sono tornato a lavorare con i miei amici. Poco dopo è tornato mio padre. Aveva la faccia seria. Ha detto che la stazione di Bologna era scoppiata. Non si sapeva se fosse stata una caldaia o qualcos'altro.

 
Mio padre ha visto sul marciapiede un ferroviere che abita sopra l'officina e lo ha chiamato per chiedergli se sapesse qualcosa. Sapeva qualcosa. Era sconvolto. Ha raccontato che era appena smontato dal turno e stava andando a prendere l'autobus per tornare a casa. Ha sentito il boato alle sue spalle: si è voltato e ha visto polvere e macerie. E' salito di corsa sull'autobus e non ha più avuto il coraggio di girarsi.

 
Poco dopo è arrivato un altro ferroviere, a portarci il suo Gilera 300 a riparare. Racconta cose terrificanti: dice che stanno caricando morti e feriti sugli autobus, tanti ce ne sono. Dice che là sotto devono esserci rimaste almeno duecento, trecento persone. Penso a tutti quei corpi dilaniati e il mio stomaco si chiude. Bacco e Scaglia invece ci scherzano sopra. Non capisco. Sono sbagliato io o sono sbagliati loro? Non so, so solo che vorrei strozzarli, pur di farli tacere.

 
Alle 12 e 30 mio padre ha chiuso l'officina. Ma non siamo andati a casa. Abbiamo preso il Gilera 300 del ferroviere e siamo andati verso la stazione. Il viale era transennato già trecento metri prima. Abbiamo lasciato la moto e proseguito a piedi. Siamo arrivati di fronte, sotto i portici degli alberghi, calpestando i cocci delle vetrine frantumate dallo scoppio, facendoci largo tra tantissima gente ammutolita. E abbiamo visto. Abbiamo visto che un pezzo della stazione non c'era più. Abbiamo visto una montagna di macerie ricoprire il piazzale, e uomini con divise diverse scavare in quella montagna come tante formiche. E nessun rumore, o quasi. Mi aspettavo sirene, urla, concitazione. La loro assenza mi faceva illudere che forse no, forse non c'era rimasta poi tanta gente là sotto. Come se poche ore prima non avessi visto lo stesso piazzale brulicare di persone. 

 
Ci siamo spostati sul ponte di Galliera, quello che passa sopra i binari. Da lì abbiamo visto la carrozza sventrata sul primo binario. Da lontano, dall'alto, sembrava davvero un trenino giocattolo distrutto per dispetto.
Siamo tornati a casa. Non c'era più niente da vedere.

 
Io ho quindici anni e domani parto per le vacanze. Domani sera arriverà anche il moroso di una nostra amica, che è militare ed è stato mandato tra i soccorsi alla stazione. E' un ragazzone grande, grosso e spavaldo. Arriverà piangendo e piangerà tutta la sera.

 
Io ho quarantacinque anni. Ogni anno, se posso, il due agosto torno alla stazione. Vedo l'orologio che segna le dieci e venticinque. Vedo la lapide con ottantacinque nomi. E ricordo. Ma anche se non ci vado, ricordo ugualmente. Ogni giorno. Da trent'anni.

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http://scheggediliberazione.wordpress.com/2011/07/10/schegge-di-vita-propria/

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Ho regalato una copia di Schegge di Liberazione a mio zio. Lui è venuto al mondo il 7 dicembre 1941, intanto che i giapponesi smitragliavano Pearl Harbor, per cui quando la sua casa venne distrutta dalle bombe aveva due anni e mezzo e alla fine della guerra poco più di tre. Cionondimeno, ancora oggi soffre di incubi a sfondo bellico. E mi ha raccontato pure un'altra cosa: non è mai riuscito a guardare fim di guerra o genericamente violenti. Anche quando gli ho dato il libro mi ha chiesto un po' timoroso: "Ma parla di guerra?". E io "Certo, zio, si chiama 'Schegge di Liberazione'". E lui "Ma la Liberazione non è stata la guerra, è stata dopo".
E io credo di avere capito cosa voleva dire. E quello che credo di avere capito è che durante la guerra c'è stata sì la lotta di Liberazione, che solo alcuni hanno fatto. Mentre per tutti, dopo, c'è stata la Liberazione dalla guerra, da quella che avevano dentro, frammista all'aria che respiravano e al cibo (poco) che mangiavano. Una Liberazione che ti può sembrare prima o poi finita, poi vai a letto, ti addormenti e viene un tedesco in sogno a dirti che non è così.

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