Perchè scrivo

Perchè il mio cervello è fatto come i manicomi di una volta, e ci sono tante stanzette chiuse a chiave e dentro a ognuna c’è un matto che urla, strepita e batte i pugni contro la porta. Quando scrivo è come se prendessi uno di questi matti e lo portassi fuori, a fare un giro e a urlare a tutti quello che ha da urlare, così poi se ne sta buono e in silenzio per un po’. Sarebbe bello, un giorno, riuscire a farli stare in silenzio tutti quanti, contemporaneamente. Ma ho anche tanta paura che quel giorno mi sentirei solo. Tanto solo.

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Passaggio di consegne

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Schegge di schegge

I benemeriti Barabbi hanno fatto uscire un nuovo ebook che raccoglie inediti e post collaterali alle ormai leggendarie Schegge di Liberazione. Si chiama Schegge di Liberazione – bonus tracks e si scarica qui.

(e sì, ci sono anch’io. ma è per gli altri che dovete scaricarlo.)

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Si riparte da qui

Benvenuti, venite pur dentro e non fate caso agli scatoloni. Sono Bolero, o meglio lo ero nel vecchio blog spaesato.splinder.com; qui, per motivi tecnici (avevo già aperto un altro blog su WordPress tempo addietro, per vedere che effetto faceva) mi chiamo Barbazagn, che è comunque un nick che si intona al mio essere più intimo. Peraltro, altrove (su Twitter e Friendfeed) mi conoscono come Prudencio Indurain, mentre su Facebook e all’anagrafe mi chiamo Stefano Pederzini.

Tutti i post del vecchio blog sono stati trasferiti qui, in ciò mi è stato di grande aiuto questo post. Altra sorte per i due altri blog che avevo su Splinder. bolero.splinder.com era un tentativo di fare un lavoro tematico sulla Resistenza, presto abortito perchè certe cose o si fanno bene o è meglio non farle; non credo che resusciterà. Invece a giovannaferri.splinder.com, il blog in cui avevo pubblicato le memorie della mia mamma, volevo dare una forma e una collocazione diversa, ma ci sto ancora pensando. Di sicuro quegli scritti torneranno in rete.

Qui troverete più o meno quello che si trovava sul vecchio blog, quindi post non imprescindibili e a frequenza assai scarsa (meno in futuro, spero). Se però qualcuno è qui perchè ha ancora voglia di leggermi, lo ringrazio.

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La depressione non è certo la patologia più grave in circolazione, ma ha un aspetto che forse nessun'altra ha: è praticamente incomprensibile a chi non ne soffre. Faccio un esempio. Se avete una gamba ingessata, nessuno verrà a dirvi "dai, vieni a fare una corsetta, può solo farti bene". Se invece siete depressi, tutti saranno lì a dirti basta con quel muso, fatti una risata. Spiegagli pure che la depressione è una cortina di fumo nero tra te e il mondo. Che qualunque pensiero, anche di quelli che solitamente ti mettono allegria, ti fa contrarre i muscoli del viso come se ti avessero messo sotto gli occhi un piatto di cibo rivoltante. Che può anche non esserci un motivo scatenante. E che sì, stai male, anche se non puoi far vedere dove ti fa male. E quindi devi continuare a fare tutte le cose che fai sempre, come se nulla fosse, anche se vorresti solo rinchiuderti in uno sgabuzzino buio fino a quando non starai meglio. Puoi spiegare tutto questo, ma è inutile. Sarà catalogato come vittimismo, ipocondria, pretesto. Il depresso dopo un po' lo impara, e smette di cercare conforto.
Non è incurabile, la depressione. Si può perlomeno migliorare, arrivare a essere depressi meno spesso e per periodi più brevi. Ma quando ci cadi dentro, puoi solo aspettare che passi. E passa, eh. Ma non a comando.

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(questa cosa l'avevo postata su it.arti.scrivere eoni fa. giuro che non l'ho scritta con l'ausilio di sostanze psicotrope.)

Basta così. E ora, ricominciamo.
Giacinto si veste indossando le scarpe ogni volta per prime. Le braghe
le sceglie assai larghe apposta per questo. Giacinto si guarda le scarpe
anche quando è vestito, sfuggendo in tal modo lo sguardo di chiunque gli
è intorno. E' un uomo, Giacinto, di poche parole e ben spese. Non parla
se non gli è richiesto, e sempre in maniera sintetica, con voce ridotta
a un sussurro. Giacinto odia tutti, ma non lo ha mai loro annunciato.
Del resto, nessuno lo ha mai domandato. Curioso.
Giacinto è convinto di essere suo proprio stesso fratello, cugino e
cognato, fors'anche marito, su questo ha riserve riguardo alle leggi
vigenti che poco conosce. Giacinto è convinto di un sacco di cose,
eccetto su prova contraria cambiare opinione, sul tiro al piccione però
non transige, gli pare barbarie, su un dente ha una carie curata con
l'alcool e il vetrocemento, un vero portento.
Giacinto è morto. No. Forse. Cambia qualcosa ?
E' bello Giacinto. E' brutto. Si piace, è il suo tipo. Ruba cuori. Ma
va. Sì. Giacinto. Ve lo avevo detto. Io.
Di Giacinto non importa un ostia a nessuno.
A Giacinto non importa un ostia di nessuno.
Dio li fa e poi li accoppia.
Siamo bravi. Autocompiacimento.
Trasciniamoci pure. Si dice :
trasciniamoci, e non :
strasciniamoci. Quest'ultima è voce di derivazione dialettale e
significa :
sprechiamoci, buttiamoci via a fondo perduto e mai più cercato.
Giacinto sente la musica e gli piace. Non sempre. Troppo alta. Troppo
veloce. Troppo lenta . Troppo pum pum, pim pim, pam pam. Allora non gli
piace. Altrimenti gli piace. La canta. Piano, piano, nessuno deve
sentire, solo lui.
Giacinto. Cinto altre volte. Cinto adesso, ma cinto anche prima. Ti
cingo, ma già ti cinsi. Già cinto, per i più refrattari all'etimo. E che
etimo. Io etimo, tu etimi, egli etima. Non esiste il verbo etimare. Si
dovrebbe inventarlo.
Un uovo sodo.
Un uomo sodo.
Un uomo sordo.
Un uomo sardo.
Un uomo tardo.
Giacinto, un uomo tardo.
Questo non risponde completamente al vero.
Risponde meno ancora al vero la seguente:
Giacinto, un uovo sodo.
Parliamo di Giacinto, senza accanirci su di lui.
E', lui, così come lo vediamo, non c'è né posa né infingimento, esposto
al mondo e dal mondo osservato, talora. Che dirne ? Che già non sia
detto, va inteso.
Qualunque giudizio oggettivo è viziato dal fatto che occorre un soggetto
per dirlo e pensarlo. E' alto, dice il bambino. E' basso, dice il
facchino. Glu glu, dice il tacchino.
Tacchino. Piccolo tacco.
Facchino. Piccolo facco.
Bambino. Piccolo bambo. Un gioco da ragazzi.
Sono solo parole, in fondo. Le parole esistono perché esiste il mondo.
Prima è nato il mondo, e poi le parole. Ma adesso, se portassero via il
mondo rimarrebbero le parole. Immagino che sarebbe buffo. Parole vaganti
nel nulla in cerca di qualcuno che le pronunci e di qualcuno che le
ascolti, parole che significano qualcosa che non esiste più in concreto
e che può venire descritto solo con quelle parole che nessuno può
pronunciare e nessun'altro può ascoltare perché nessuno esiste più. Però
le parole esisterebbero ancora. Parola d'onore.
Giacinto è rimasto a tiro, nel frattempo. Aspetta. Qualcuno. Qualcosa.
Non arriva nessuno. Non arriva niente. Giacinto aspetta ancora.
Nell'attesa non fa nulla, attende e basta. Quando Giacinto fa una cosa
non riesce a pensare ad altro.
Ecco, ora ha smesso di aspettare ciò che aspettava prima e si è messo ad
aspettare qualcos'altro. Non ha mutato posizione. Solo un occhio
allenato poteva cogliere il passaggio.
Giacinto sa aspettare come pochi altri. E' l'attività che occupa la
parte maggiore del suo tempo. Lo fa con dedizione totale.
Quando non può aspettare, aspetta con ansia di poter aspettare di nuovo.

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Nel dopopranzo di un giorno in cui io avevo nove o dieci anni mio padre mi portò con sè a riparare la 
motocarrozetta di un grande invalido, il signor Attilio, parcheggiata sotto casa del medesimo al quartiere Barca,
all'epoca uno dei più malfamati di Bologna. Presto si accorse che occorrevano degli attrezzi che non avevamo con
noi, quindi mi disse di aspettarlo lì mentre lui tornava in officina a prenderli. Il tempo passava, lui non tornava 
e io mi annoiavo da solo su quel marciapiede. Finchè non arrivò un anziano signore a chiedermi che ci facevo lì. E
glielo dissi: sto aspettando mio padre che è andato a prendere gli arnesi per aggiustare la motocarrozzetta del 
signor Attilio. E lui cominciò a dire: ma che ci stai a fare qui, vai in casa dal signor Attilio, ti accompagno io, 
sono il suo dirimpettaio. E io: no, il mio babbo mi ha detto di aspettarlo qui. E lui a insistere finchè io, che mi stavo annoiando, ho detto va bene. E allora siamo entrati nel portone e abbiamo preso l'ascensore. Qui è successa una cosa strana: l'anziano signore ha allungato una mano e mi ha frugato nel cavallo dei pantaloni. Intanto che lo faceva ha emesso un verso strano, una specie di rantolo. Poi basta. Siamo arrivati al piano, lui mi ha mostrato la porta del signor Attilio ed è entrato in quella di fronte. Io ho suonato dal signor Attilio. Mi ha aperto la moglie. Le ho spiegato chi ero e come mai ero lì. Lei ha fatto una faccia spaventata. Mi ha detto che il signore di fronte era, come dire, un po' tocco. Mi ha fatto sedere e mi ha offerto delle caramelle. Poi mio padre è tornato ed era un po' arrabbiato con me. Mi ha detto che nei militari chi abbandona la postazione viene sbattuto in cella.
La sera ho raccontato la cosa a mia mamma. Si è arrabbiata anche lei:  te lo dico sempre di non dar retta agli sconosciuti! E io a dire, ma no, mi ha solo accompagnato dal signor Attilio, ma lei niente.
Tanti anni dopo, poi, ho sentito parlare di gente che chiamano pedofili, e ho anche visto Mystic River. E allora ho pensato che io, come dice Jovanotti, sono un ragazzo fortunato. Anche se Jovanotti non mi piace tanto.
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